La radicalizzazione online non nasce dalla tecnologia, ma da un disagio che trova nella rete un nuovo luogo in cui esprimersi. Lo psicologo: «La società della violenza nasce dalla società che creano gli adulti»
Nella società moderna, le barriere che separano il mondo reale da quello digitale sono crollate.
E le modalità attraverso le quali i giovani estrinsecano il proprio disagio si sono adattate al nuovo contesto.
Le nuove generazioni stanno insomma crescendo in un mondo che, a sua volta, sta scoprendo sempre più, attraverso i ripetuti casi di cronaca, quella che viene definita “radicalizzazione online”.
Ovvero l’adozione di idee estremiste, violente o intolleranti all’interno di un percorso che si sviluppa tra chat, social network e videogiochi.
Secondo Matteo Lancini, psicologo e psicoterapeuta presidente della Fondazione Minotauro, si deve evitare la semplicistica via della demonizzazione delle nuove tecnologie.
La lettura deve partire invece da una riflessione: “La società della violenza nasce dalla società che creano gli adulti”.
Nel suo ultimo libro, “A volte ti amo”, appena pubblicato, Lancini affronta il disagio delle nuove generazioni partendo dalla trasformazione delle relazioni, dell’amore e del modo di vivere l’intimità.

Un cambiamento che riguarda anche la difficoltà di dipendere dall’altro, la paura della vulnerabilità e le nuove forme di controllo rese possibili dalla tecnologia.
Da qui, l’autore guarda anche alla radicalizzazione, o al “ritiro sociale”, fenomeno prevalentemente maschile riguardo al quale non esita ad affermare che “sta diventando l’equivalente dell’anoressia al femminile”.
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Dottor Lancini, da dove parte la sua analisi della radicalizzazione dei giovani in rete?
Il fenomeno nasce da diversi fattori, così come sono molteplici i fattori che, attraverso le centinaia di ragazzi che ascoltiamo ogni giorno al Minotauro, riscontriamo alla base dell’innegabile fragilità psicologica dei nostri giovani. In questo contesto, esattamente come succede per gli adulti, i ragazzi più fragili cercano qualcosa che li faccia sentire più forti. E, chiudendosi in casa, radicalizzano la rabbia in rete, assumendo posizioni che, nella loro vita reale, non riescono ad avere. Penso all’esempio del bullismo: i bulli sono ragazzi fragili, che cercano la prevaricazione per ribaltare la loro situazione.
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In questo processo, come si posiziona Internet?
I cambiamenti della rete e i movimenti nati al suo interno si saldano perfettamente in un contesto di questo tipo. Non bisogna però commettere l’errore di dire che i ragazzi non avrebbero problemi senza Internet. La rete, molto semplicemente, intercetta questi problemi, cattura i giovani e li istiga a fare altro. Inoltre, non potremo mai sapere cosa succederebbe nella realtà se non ci fosse la rete, che è ormai è il luogo dove le nuove generazioni crescono e compiono azioni che non possono compiere nella realtà.

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Insomma, si può dire che cambia il contesto, ma la storia di fondo è sempre la stessa?
La radicalizzazione online ha esattamente a che fare con le stesse dinamiche legate ad aspetti di disagio che in passato si traducevano nelle trasgressioni “generazionali” nei confronti degli adulti, che non hanno mai raggiunto un livello così basso. E, invece di contestare, di manifestare in piazza il proprio disagio, i giovani si radicalizzano in rete. Gli adulti non capiscono tutto ciò. Anzi, sequestrano il corpo dei loro figli, li immobilizzano e impediscono loro di esprimere le proprie emozioni. E la tendenza è diventata quella di non confliggere più.
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Quindi si può dire che non è cambiato niente, ma è cambiato tutto?
Faccio un esempio: il consumo di cannabinoidi. Se prima era un gesto con un significato trasgressivo, adesso l’assunzione di queste sostanze è al contrario un anestetico e antidolorifico. I giovani le consumano quasi fossero un farmaco.

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Si è evoluta anche la violenza?
Viviamo in una società violentissima: la violenza sdogana le emozioni non espresse. È cambiato però anche il modo di vederla, la violenza. Chi è cresciuto in strade e cortili lo ha fatto in un contesto in cui le sbucciature e le fratture erano all’ordine del giorno. Oggi, invece, se un bambino spinge un altro bambino o una bambina è sùbito un dramma. Se un giovane va in piazza, non si gioisce per il fatto che non sta davanti a un video, ma si chiama immediatamente la polizia. Ma anche se giocavo in cortile a guardia e ladri o se ho cantato “La locomotiva” di Guccini questo significa che compirò dei reati. Il vero problema è che si cerca di fare prevenzione di rabbia e paura, che però prendono forma tra aspetti emotivi non espressi e le questioni sociali che proponiamo”.
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E qui veniamo alle responsabilità degli adulti…
Se si facesse una ricerca scientifica seria, sono convinto che emergerebbe come, tra le ragioni per cui i ragazzi stanno male, hanno un peso importante gli adulti che stanno troppo sui social e pensano troppo a sé stessi. Io ho proposto di vietare i social a tutti, da 0 a 80 anni. Quella dei giovani che sono violenti a causa del web è un’invenzione di quegli stessi adulti che hanno creato del cyberbullismo, vista la violenza che usano nei gruppi WhatsApp dei genitori, che ho proposto pubblicamente di chiudere, ma anche nella vita politica e sociale di tutti i giorni. Per tacere del fatto che i giovani crescono con genitori che riprendono tutti i momenti della loro vita. Non si tratta più di semplici “Polaroid”, ma di una vera e propria pornografizzazione delle emozioni che andrebbe vietata. Perché non è difficile individuare in questo le radici dell’idea di riprendere e mettere in rete una rissa. Gli adulti hanno proposto dei modelli di identificazioni non proprio pacifici e gentili”.

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Come possiamo ridefinire, allora, l’influsso delle nuove tecnologie, della trap, dei videogiochi all’interno di questo quadro?
La tanto demonizzata trap è solo un simbolo. I videogiochi hanno sostituito la piazza e i giochi di cortile. Mentre, riguardo a Internet, bisogna intercettare quegli adulti che, esattamente però come accade nella vita reale, attraverso la rete ingaggiano giovani per secondi scopi. Ma è troppo semplice, lo ripeto, sostenere che è Internet a determinare il ritiro dei giovani dalla socialità, così come che è l’intelligenza artificiale a spingerli al suicidio. Ancora, trovo assurdo che si sequestrino i cellulari a scuola o si impedisca in classe l’uso dell’Ai, che forse costituirà in futuro l’unica opportunità di lavoro. E che dire del controllo reciproco delle password? Condanniamo come controllo il fatto che i giovani si geolocalizzino, mentre parliamo di “cura” se lo fanno la mamma o la scuola…”.
In sostanza, dunque, che si può fare?
Bisogna riuscire a capire cosa vuol dire crescere in questo contesto. La dissociazione creata dagli adulti ha obbligato i giovani a cercare sfogo in rete, dove indubbiamente accade di tutto, trasformandola in un contenitore di rabbie ed emozioni inespresse. Il vero tema, insomma, è quello di saper affrontare questa complessità che abbiamo creato”.
Alberto Minazzi



