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Fulvio Ervas: un nuovo giallo a Porto Marghera per l’ispettore Stucky

Lo scrittore Fulvio Ervas
Nella foto in alto: Lo scrittore Fulvio Ervas

«Il poliziesco mi sembrava il genere letterario perfetto per intrattenere e al tempo stesso stimolare riflessioni serie su questioni importanti, come quelle ambientali.
Al mio lettore dico: divertiti, segui attentamente le indagini, ma bada pure a non perderti niente di quello che succede nel territorio».
L’ispettore Stucky lo scorso novembre è tornato in libreria. La saga che deve i natali alla penna di Fulvio Ervas si è arricchita di una nuova puntata, la numero otto: il giallo “C’era il mare”, romanzo arrivato a dodici anni dal primo capitolo della serie dell’ispettore Stucky, “Commesse di Treviso”, scritto a quattro mani con sua sorella Luisa.

Dopo la trasposizione cinematografica dell’avventura investigativa dal titolo “Finché c’è prosecco c’è speranza” (per la regia di Antonio Padovan con Giuseppe Battiston nel ruolo del protagonista) e in attesa di vedere sul grande schermo la lettura di Gabriele Salvatores del riuscitissimo “Se ti abbraccio non aver paura” (la storia vera di Franco e di suo figlio Andrea, ragazzo autistico, in viaggio per le Americhe), lo scrittore nato a Musile di Piave 63 anni fa ma “naturalizzato” trevigiano – una laurea in Scienze agrarie e una cattedra in Scienze naturali – racconta il dietro le quinte della sua ultima fatica.

Il giallo di Ervas “C’era il mare”
  • Tre morti ammazzati (un ex giornalista, un ex sindacalista e un avvocato) per una caccia agli assassini che dal trevigiano – consueta cornice per le indagini dell’ispettore Stucky – si spinge fino a Marghera. Perché Marghera?

«Ho iniziato a scrivere “C’era il mare” nel 2017, anno del centenario di Marghera, a cui sono legato da una lunga storia perché tutta la mia famiglia ha lavorato nei cantieri navali e anche io ci ho lavorato per quattro mesi quando, bocciato in terza superiore, sono stato spedito da mio padre a capire cos’era il lavoro. Nella speranza che qualcuno un domani se ne occupi approfonditamente, ho dato un assaggio della storia e delle atmosfere di quello che è stato uno dei motori fondamentali per la trasformazione del Veneto, catalizzatore dello sviluppo economico della Regione nel dopoguerra, perché sentivo la necessità di trarne un bilancio affinché in futuro si potesse ragionare sul miglior modo possibile di fare profitto senza rovinare l’ambiente. Se riflettessimo su Porto Marghera non continueremmo ad inquinare la nostra terra. Ad affascinarmi poi è stata la suggestione popolare secondo cui questo grande apparato industriale è sorto dove prima c’era il mare, “mar ghe gera”. Un mito fondativo di grande fascino. Marghera e Treviso sono le due facce del Veneto, storicamente legate da un cordone ombelicale: ho colto l’occasione per metterle l’una di fronte all’altra».

 

  • Negli otto capitoli della serie dell’ispettore Stucky il Veneto è per lei lo spazio ideale in cui snocciolare la trama, con chiari riferimenti all’attualità.
    La mente spinta dalla fantasia e i piedi ben saldi nella realtà?

«Quando ho pensato di dare vita a Stucky l’ho immaginato come un poliziotto stravagante, un po’ fuori dal coro, un fine osservatore della realtà e degli uomini.
L’ambiente è la barca sulla quale navighiamo nell’oceano della vita. Se la buchi, vai a picco tu e vanno a picco i tuoi figli e i tuoi nipoti.
Il poliziesco è l’ideale per parlare di temi ambientali. Nei miei racconti tutto parte da una questione ambientale d’attualità che abbia catturato la mia attenzione, è la realtà a fornirmi spunti. La studio, mi informo e poi ci costruisco attorno la storia aggiungendo ingredienti».

 

Lo scrittore Fulvio Ervas durante un’intervista
  • A proposito di attualità, a fare da filo rosso nel corso delle indagini è il rancore. Trova che sia uno dei mali del nostro tempo?

«Sono molto attento a questo sentimento e mi sono accorto che negli ultimi anni la rabbia si è trasformata in rancore. Sento che cresce in questa Italia che amo: ci facciamo prendere dall’incapacità di fare i conti con i nostri limiti e con i nostri errori e scarichiamo la colpa sugli altri. È una malattia degenerativa, che ci paralizza e ci impedisce di superare la crisi che stiamo vivendo: che seppure difficile, non è la morte e che comunque avremmo le risorse e le potenzialità per superare».

 

  • Ricorda il momento esatto in cui per la prima volta Stucky ha fatto capolino nella sua testa?

«Stucky è un omaggio a un’amicizia profonda che dura da quarant’anni: è pensando al mio amico che ho scelto per questo personaggio origini per metà venete e per metà persiane. Nella mia testa non ho mai immaginato come sarebbe potuto essere nei lineamenti, almeno fin quando non è uscito il film in cui l’ispettore è interpretato da Giuseppe Battiston. Vederlo uscire dalle pagine con un corpo e una voce è stato strano, ma i libri sono luoghi liberi e ciascuno li legge con i propri occhi».

 

  • Il successo è arrivato fortissimo e inaspettato nel 2012 all’indomani della pubblicazione di “Se ti abbraccio non aver paura”. È cambiato in qualche modo da allora il momento della scrittura? Si sente investito di maggiore responsabilità sapendo che il suo pubblico è così ampio?

«Credo di sì. La storia di Franco e Andrea mi ha trovato per caso, l’ho scritta senza minimamente immaginare che potesse avere un richiamo così forte. Portava con sé un messaggio potente, che andava trasmesso. Un libro non è solo un pezzo di carta, è uno strumento che agisce sulle coscienze delle persone».

 

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