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ELEMENTI DI MEMORIA

ELEMENTI DI MEMORIA


Un patrimonio composto da oltre 850.000 stampe e scatti fotografici dalla metà dell’800 ai giorni nostri. È l’archivio del fotografo veneziano Graziano Arici. Un archivio in cerca di una sede che lo renda fruibile a tutti.
Sfogliare un Museo negli scaffali di una libreria, questo accade se si ha il piacere di essere ospitati da Graziano Arici nella sua casa e di tuffarsi nel suo incredibile archivio. La storia di Graziano sembra un film. Dopo aver studiato sociologia, un giorno decide di dedicarsi alla fotografia.
Chi è Graziano Arici? «Tengo in mano una macchina fotografica da trentadue anni ma fin dagli inizi ho capito che cosa dovevo e volevo fare: un lavoro esclusivo sulle personalità della cultura che avrebbero, inevitabilmente, lasciato un segno nella storia».
Un lavoro, quindi, che si basa principalmente sull’intuizione? «Ho iniziato fin da giovane ad essere incuriosito dal mondo dell’arte e dello spettacolo, ho sempre letto molto, libri e riviste di ogni genere. Mio padre mi ha trasmesso l’amore per l’arte contemporanea e con lui ho iniziato a frequentare gli ambiente della Biennale di Venezia fin da piccolo. Mi sono fatto così una panoramica di quegli attori, scrittori, poeti, musicisti che già avevano un ruolo ben definito o che avevano già elementi per diventare delle personalità importanti nel nostro mondo culturale e ho iniziato a fotografarli».
Ricorda i suoi primi reportage? «Il mio primo lavoro, negli anni 1979/80 è stato su Peggy Guggenheim. È stata un’emoziona unica incontrarla, come poi vedere diventare reali tutti quegli incredibili personaggi. Ho avuto la possibilità fin da subito di accedere alla Biennale durante gli allestimenti, vedere artisti di ogni genere al lavoro, ed è stato allora che ho deciso di creare un mio archivio della cultura internazionale».
Il coronamento del suo lavoro è infatti l’archivio composto da oltre 850.000 scatti suddivisi per argomento: decine di migliaia di diapositive di Venezia, foto delle parti monumentali, artistiche e storiche della città e della sua vita quotidiana, più di 8000 foto aeree, tutti gli eventi culturali, nonché le principali mostre internazionali. La sezione dei ritratti è costituita da circa 20.000 istantanee di personalità del mondo internazionale dell’arte, della cultura, della musica e dello spettacolo, da Dalì a Chaplin, da Gassman a Mastroianni. La carriera di Graziano è incredibile: dal 1980 è stato il fotografo del Teatro La Fenice di Venezia, dove ha ricoperto l’intera gamma delle sue attività artistiche per oltre vent’anni, documentando i suoi aspetti architettonici e decorativi nei minimi dettagli tanto che grazie alle sue foto il teatro è stato ricostruito con precisione in ogni dettaglio dopo l’incendio. Tra il 1981 e il 1986 ha svolto un’ampia copertura del lavoro di Emilio Vedova e nel 1988, quella di Jim Dine. Nel 1984 è stato fotografo personale di Luigi Nono per la prima mondiale di “Prometeo” di Venezia, e nel 1985 è stato nominato fotografo ufficiale di Palazzo Grassi, dove ha documentato tutti gli allestimenti. Questo è stato seguito dalla Biennale Art 18, per la quale ha creato un video con 400 foto che illustrano il lavoro degli artisti durante le fasi preparatorie. Ha documentato la caduta del muro di Berlino, il dopoguerra nella ex Jugoslavia. Nel gennaio 1996 è stato il primo fotografo di scattare foto l’incendio che scoppiò nel Teatro La Fenice. Nel 1998, insieme a Marcello Mencarini, ha fondato Rosebud, il primo servizio on-line di diffusione di immagini in Italia e terzo nel mondo. Nel 2010 è stato responsabile di una serie di mostre fotografiche che illustrano rapporto dell’autore Ernest Hemingway con il territorio veneziano.
Come si passa da fare fotografie ad acquistare quelle di altri, in altre parole cosa l’ha spinta a creare un archivio? «Semplicemente a un certo punto mi sono reso conto che, nel mio archivio, c’era un lungo lasso di tempo in cui non avevo potuto fare foto, quindi ho cercato di comprare degli archivi che coprissero quel periodo, che va dal 1946 fino all’inizio della mia attività. Ho acquistato archivi di ogni genere, un’infinità di immagini che ho scelto seguendo un criterio preciso, basato sulla qualità piuttosto che sulla quantità. Poi, com’è naturale, mi sono fatto “prendere la mano” e ho iniziato a comprare stampe del 1800, fino ad arrivare ad un numero di 4000 esemplari, dal 1853 fino agli inizi del secolo scorso. In totale si possono contare circa 1 milioni di testimonianze in formati diversi».
Il materiale è interamente scansionato e digitalizzato, in 24 ore un archivio del genere potrebbe essere fruibile a tutti, ma… «Ma non importa a nessuno del mio archivio! In questi anni ho cercato di darmi diverse spiegazioni. La prima è che c’è “incultura”, soprattutto dettata dal fatto che siamo pieni di monumenti a cielo aperto. Noi siamo una delle poche città del mondo che non ha un museo sulla sua storia, sembra che tutto si sia fermato al 1700. Probabilmente la Venezia dei periodi successivi alla dominazione austriaca e alla guerra era una Venezia difficile. Adoro un libro intitolato “Diario di un Veneziano” in cui il primo console americano in città, descrive la vita quotidiana in una Venezia post dominazione, la sua gente, i suoi mercati, e, soprattutto, la sua povertà. Forse è questo che ha sempre spaventato, la povertà e così preferiamo cancellare i ricordi. Qualche tempo fa sono stato convocato in un silos a Trieste, che era pieno di oggetti dei profughi istriani, piccoli lotti, dalle bollette della luce, a fotografie, ai mobili, tutto, ma soprattutto oggetti che non si capisce a cosa potessero servire, oggetti di cui si è persa la memoria d’uso. La cultura della memoria è molto importante, gli archivi usabili e fruibili danno dei dati infiniti e molto importanti per la nostra storia».

Non si dà pace Graziano, si sente tradito dalla sua Città che tanto ama e di cui ha cercato di difendere la memoria quotidiana. Venezia non ha un posto per il suo archivio? «Sembra di no. All’inizio volevo donarlo alla città, ma le situazioni in cui mi sono trovato mi hanno fatto cambiare idea. Sono abbastanza arrabbiato in questo momento. Ho ricevuto un’offerta da una città della Francia in cui stanno creando una sorta di cittadella universitaria e avrebbero riservato un posto speciale per il mio archivio, ma è un passo difficile da fare per me. Io e il mio archivio siamo della città di Venezia ma prima o poi dovrò affrontare questa scelta dolorosa. Spero sempre che qualcuno si faccia avanti per acquistarlo, ma solo a condizione che resti fruibile per chiunque lo desideri».
Finché parla sullo schermo del suo computer scorrono le immagini di una città apparentemente lontana: le capanne arredate del Lido, una futuristica visione del treno che arriva in laguna, i vecchi mestieri, le facce dai lineamenti duri degli abitanti, i sorrisi malinconici dei bambini, un progetto datato fine ‘800 di una sublagunare che dai giardinetti reali di San Marco avrebbe dovuto portare le persone fino al Lido. Mostra fiero un esemplare unico di una foto dell’800 in cui si vede un grande e pesante barcone nero, coperto di pece, che si usava per i grossi carichi, che veniva spostato dai barcaioli in un modo tanto curioso quanto efficace: puntavano i remi sul fango e camminavano lungo il bordo, uno in un senso uno in un altro, trascinando il pesante mezzo.
«Io non mi considero un fotografo, io sono un archivista, con tanto di mezze maniche e la visiera nera e dò un grandissimo valore sia a questo termine, sia al lavoro di archiviazione e di salvaguardia della memoria delle cose. Spesso si fanno progetti sulle Venezia possibili, magari progetti che vengono dall’estero, ma spesso si tratta di cose che non hanno il background della conoscenza della Venezia precedente, non partono dalla storia, non parlo quella aulica, ma di quella quotidiana».
Cosa desidera Graziano Arici oggi? «Desidero un luogo della memoria per Venezia, a parte il mio ci sono un sacco di archivi messi in un angolo».
Se vi capita di passeggiare nella zona tra il Ghetto e la Misericordia a Venezia, provate a contattare Graziano, se avrete il piacere di varcare la sua soglia farete un viaggio che vi lascerà senza fiato: un viaggio nella vera storia di Venezia, vista attraverso un obiettivo fotografico.
DI CHIARA GRANDESSO
 
 
 
 

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