CRITICO E NON SOLO

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Philippe Daverio, critico d’arte e conduttore Tv veneziano d’adozione, parla della città metropolitana:
«la cultura potrebbe diventare un collante ma serve un preciso disegno politico»
 
Il suo nome tradisce le origini francesi ma Philippe Daverio, giornalista, critico d’arte e conduttore televisivo ingloba un perfetto mix tra lo stile transalpino e quello del Bel Paese. Nato da padre italiano e madre francese (dell’Alsazia) ha fatto dell’arte, del suo studio costante, soprattutto quella contemporanea, prima la sua passione e poi il suo lavoro. Un uomo sempre in movimento, che assume e lascia incarichi, già assessore a Milano tra il 1993 e il 1997, un personaggio eclettico e soprattutto senza peli sulla lingua.
Parliamo un po’ anche del Veneto, magari di Venezia, che conosce così bene. Anzi, parliamo del triangolo Padova-Venezia-Treviso. Secondo lei l’offerta culturale è all’altezza? «La fortuna di queste terre è che non c’è bisogno di un’offerta costruita. Quello che c’è, quello che nei secoli si è accumulato non solo in Laguna ma tutto intorno a lei è naturale. Per migliorarla e offrirla in una veste diversa servirebbe un intervento pubblico e politico pesante, ma per quanto ho potuto vedere in questi anni, la vedo ancora una lontana utopia. Parliamo, per esempio, del sistema museale veneziano: signori è davvero poco brillante e propositivo. Sì, c’è la Biennale, ma non fa arte dell’offerta culturale che una città come quella lagunare potrebbe proporre oltre ciò di cui dispone. L’unica perla degna di nota del triangolo Venezia-Treviso-Padova, a mio avviso credo sia un’iniziativa privata come quella padovana di Palazzo Zabarella».
Si parla sempre più insistentemente di città metropolitana. Lei di questo tema se ne intende. «Mi sono battuto molto a Milano per far capire l’importanza di questo che non è solo un concetto urbanistico. Ma nel Veneto non lo vedo ancora come un’idea realizzabile. Certo la cultura potrebbe diventare un importante collante da questo punto di vista ma serve un preciso peso politico nelle scelte e un indirizzo. Ricordo che una volta proposi a Confindustria di creare il marchio del “leon” per dare un preciso impulso all’economia veneziana che seguisse un po’ l’antico spirito della Serenissima: la mia idea era quella cioè di valorizzare tutto ciò che veniva prodotto in questa terra a patto che le aziende che ne entravano a far parte avessero tutte sede a Venezia, una sorta di marchio doc. Non mi pare che se ne sia fatto nulla. Anzi le aziende veneziane hanno, per così dire, delocalizzato le produzioni».
Venezia e il suo territorio candidata ad essere la capitale europea della cultura nel 2019. Ce la può fare? «Stanno usando solo l’etichetta. E non la vedo come una candidatura fortemente voluta. Prendete per esempio Genova, la sua candidatura, che poi trovò riscontro nell’assegnazione del 2004, arrivò perchè la città stava per collassare, si aggrappò a quell’evento con tutte le sue forze. Venezia ma anche Padova e Treviso non hanno questa necessità, vivono di luce propria. La città lagunare viene costantemente invasa da orde di turisti, si sta lasciando conquistare dai cinesi, alcune zone di grande lusso ed eleganza come La Frezzeria avrebbero bisogno di alta qualità e invece sembra solo una specie di casbah. Insomma, se veramente Venezia e il suo territorio avessero voglia di competere dovrebbero cambiare radicalmente il loro modo di essere e di proporre qualcosa che esiste per natura».
Eppure il professore Daverio con Venezia ha un legame profondo, malgrado nelle sue parole si colgano spesso solo critiche. «Mia moglie è veneziana, del Lido per la precisione. Ha ereditato una piccola villetta proprio vicino al Casinò dal nonno. Per questo mi vanto di poter conoscere molto bene i difetti e i pregi di questa città e del territorio che le sta intorno. E quello che ho notato negli anni in cui l’ho frequentata è che nessuno ha mai voluto disegnare un futuro diverso per Venezia. Come dicevo prima servirebbe prima la volontà politica, poi quella imprenditoriale ma, come sappiamo e notiamo ogni giorno, una città unica invasa dai turisti può anche fare a meno di offrire una cultura di qualità, tanto i musei e le piazze si riempiono comunque sempre e lo stesso».
DI RAFFAELE ROSA

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