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Le teorie “rivoluzionarie” del maestro trevigiano Bortolato: «I bambini sono geniali per vocazione, affidiamoci al loro istinto»

Le teorie “rivoluzionarie” del maestro trevigiano Bortolato: «I bambini sono geniali per vocazione, affidiamoci al loro istinto»

Per ben 42 dei suoi 64 anni le giornate di Camillo Bortolato sono iniziate al trillare di una campanella. Nozioni da impartire, compiti da correggere, registri da riempire, curiosità da stimolare, valori da trasmettere: inverno dopo inverno, sono scivolate una dietro l’altra, costeggiando la cattedra dietro la quale Camillo sedeva mentre davanti ai suoi occhi sbocciavano generazioni di piccoli uomini. Germogli da annaffiare «a pioggia, non goccia a goccia: perché i bambini – ripete instancabile dalla sua casa a Quinto di Treviso – sono libertà e intuizione, hanno un innato approccio alla conoscenza, imparano in modo naturale, il migliore che esiste».

Camillo l’ha capito subito, già al suo primo anno da supplente in una scuola elementare a Zero Branco, nel Trevigiano, città in cui è nato. Da allora, ha coltivato le sue convinzioni fuori dagli schemi e se l’è tenute strette anche quando nessuno sembrava dar loro credito. Oggi che è in pensione, che il suo metodo di insegnamento è conosciuto in tutta Italia e che in libreria è arrivata la sua ultima pubblicazione (“Lettera a un bambino che ha paura della matematica”), commenta con la voce che vibra di soddisfazione: «Non ho inventato niente di nuovo. Ho solo detto che in classe bisognava rifarsi a quello che i bambini da sempre, istintivamente, fanno fuori dalla scuola. All’inizio mi prendevano per un eretico, quasi fossi un alieno. Poi per fortuna quel senso di solitudine è andato scomparendo, con il tempo i colleghi si sono avvicinati alle mie teorie. Ad oggi, in Italia gli alunni che hanno seguito il mio metodo sono più di un milione».

SOSTIENE BORTOLATO. Camillo riavvolge il nastro dei ricordi. «Ho iniziato a insegnare da giovanissimo, a 21 anni. Ho colto al volo una supplenza capitata quasi per caso in una scuola elementare di Zero Branco e ho continuato fino al 2015. Sin da subito mi sono reso conto che i metodi di insegnamento suggeriti dai libri non solo portavano a scarsi risultati, ma erano addirittura tossici. Perché tenevano i bambini ancorati a terra, accompagnando con spiegazioni verbali il loro percorso, per tappe, verso la conoscenza. Ma i bambini hanno innata sin dalla nascita la capacità di comprendere immediatamente l’insieme delle cose, come se le osservassero dall’alto. Sono geniali per vocazione. La gradualità e la transcodificazione in linguaggio adottate in classe rappresentano dei limiti al loro apprendimento, in quanto generano noia. Invece, fuori dalla scuola i bambini capiscono al volo: come a dire che fuori dalla scuola guardano l’intero film, mentre a scuola una puntata alla volta. E questo vale per tutte le discipline. Allora, ho iniziato a costruire degli strumenti. Il primo, “la linea del 20”, per la matematica l’ho fatto al mio primo anno a scuola, per imparare subito a contare e a fare i calcoli imitando il funzionamento delle dita, senza dover aspettare mesi. Poi strumenti per risolvere i problemi, per imparare velocemente l’alfabeto e a leggere, per fare l’analisi grammaticale. Me li costruivo a casa, secondo il mio metodo, che è il metodo analogico: funzionavano e funzionano benissimo, perché innescano una comprensione istantanea, che è quella naturale».

Un bagaglio ora in spalla ai colleghi più giovani, ai quali Camillo rivolge infine un pensiero: «Il mestiere dell’insegnante non è facile, ancor meno di questi tempi. La scuola è gioia e fatica insieme. Servono amore e rigore. Bisogna rispettare i bambini, la loro indole e le loro attitudini. Essere onesti e dare loro il buon esempio».

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