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CATTEDRALI RURALI

CATTEDRALI RURALI


Una mostra fotografica per tutelare un patrimonio di civiltà e cultura che rischia di scomparire. Sono gli scatti del fotografo Marco Maria Zanin dedicati alla bellezza dei ruderi del nostro territorio.
Marco Maria Zanin , è un fotografo che si potrebbe definire anche poeta. Non solo per la capacità del suo sguardo lirico di fronte ai soggetti che egli ama rappresentare, ma di più per la testimonianza di cui si fa portavoce, ovvero della necessità di riconoscere e tutelare un patrimonio di civiltà e cultura che rischia nel nostro tempo di scomparire, di cadere nell’oblio. Con gli scatti divenuti poi le fotografie della mostra Cattedrali rurali, esposta lo scorso novembre alla Galleria La Salizada di Venezia, Marco Maria Zanin realizza il luogo di un approdo personale e artistico di notevole suggestione e raffinata concezione. Una mostra sulla bellezza del nostro territorio che testimonia quanto la fotografia possa essere strumento per esaltarla anche quando è decadente come nei casi dei ruderi.
Cos’è per lei la fotografia? «La fotografia per me è una sonda, un rivelatore di quelle risonanze che si generano tra il mondo interiore e quello esteriore. Nel mio rapporto con la macchina fotografica ho provato di tutto. È un mezzo per relazionarmi con la realtà e con me stesso, per cui attraverso l’obiettivo sono entrato in empatia con persone, luoghi, situazioni, oggetti».
Cosa l’ha portata a realizzare questa tipologia di foto? «Nel mio percorso di crescita, come uomo, ho scoperto sempre più quanto per me fosse importante la relazione con la terra, intesa sia come territorio che come humus, come elemento materiale e spirituale, terra madre. Allora è arrivata anche la fotografia, spontaneamente, di sorpresa, a rivelarmi quanto fossero interiorizzati in me i luoghi, le forme e gli elementi del contesto rurale del Veneto. Mi sono ritrovato lì, in una zona di campagna poco lontano da casa mia, in una mattina di nebbia e di silenzio, per vedere di cosa si riempiva la macchina fotografica. Due universi, quello interiore e quello esteriore, che si sono mescolati. La dolcezza del paesaggio, il raccoglimento della nebbia, il desiderio di radici e di essenzialità, di bellezza, hanno generato la poetica e il contenuto delle mie immagini».
Una sorta di “apparizione”? «Sì, qualcosa che ho potuto vedere per la prima volta ma che in qualche modo abitava in me. Ho finalmente riconosciuto di aver incontrato un mio linguaggio artistico, un taglio personale, in cui riuscivo a dire molto con grande facilità. In cui riuscivo a far confluire filosofia, estetica, l’amore per la terra, e il desiderio di trasformare anche solo un piccolo pezzo di mondo».
Com’è giunto da questa esperienza alla mostra Cattedrali Rurali? «Che poi questa esperienza personale e intima si potesse trasformare in un solido progetto artistico e socio-culturale, è un’idea nata in un secondo momento. La mostra a Venezia è stato solo una prima tappa di quello che vuol essere un percorso, l’inizio dell’esplorazione di un tema che come nessun altro, fino ad ora, sento profondamente e intimamente mio».

Perché Cattedrali Rurali? «Il titolo “Cattedrali rurali” è nato osservando a lungo una delle fotografie della serie, quella che poi ho scelto come copertina per la mostra. La maestosità di quel rudere, l’umile grandezza di quella vecchia signora, silenziosa e potente nella nebbia, mi hanno riportato alla sacralità delle antiche abbazie benedettine. Ho voluto esprimere come quegli edifici rurali, pura espressione del genius loci, costruiti senza tecnologia, senza macchinari meccanici, di pietra e legno, siano la testimonianza di quello spazio sacro presente nel profondo di ogni anima, in cui vive il legame ancestrale, e filiale, tra l’uomo e la terra».
C’è un sogno nel cassetto? «Più che un cassetto, ci vorrebbe una cassapanca per tenerli tutti! Uno sviluppo sul tema di Cattedrali rurali, ad esempio, mi piacerebbe fosse all’interno di interventi di pianificazione territoriale, di riqualificazione del territorio, o all’interno di campagne di sensibilizzazione e educazione alla tutela del patrimonio storico e culturale. C’è anche, in me, il desiderio che l’arte si faccia ancella di altre discipline, come la pianificazione urbanistica, l’architettura, ma soprattutto aiuti a far rinascere quel desiderio di bellezza, di armonia e di fratellanza con il territorio e la terra, di cui l’umanità intera, oggi, ha estremamente bisogno per uscire dalla sua crisi. Vorrei che l’arte tornasse ad essere protagonista delle scelte e delle azioni quotidiane, che la bellezza potesse invadere ogni spazio, per contribuire a risvegliare la nostra umanità».
DI ANNA ORLANDO
 

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