ARAVENA : LA “MIA” VENEZIA

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Intervista esclusiva al direttore della 15^ Biennale Architettura sui temi della Mostra Internazionale e sulla sua visione della città

Alejandro Aravena, architetto, curatore della 15^ Biennale Architettura, è originario del Cile ma anche un po’ cittadino di Venezia: ha conosciuto la città durante il periodo di studi, frequentando lo IUAV e l’Accademia di Belle Arti e ci ritorna spesso, con piacere. Lo abbiamo incontrato in centro storico, dove ha preso il via la Mostra Internazionale “Reporting from the front”, aperta al pubblico fino al 27 novembre 2016.
Partiamo proprio da Venezia: com’era la città di qualche tempo fa, quando lei era qui per studiare? «Non era molto diversa da com’è oggi e credo che questo sia uno dei tanti valori della città: è capace di resistere ai test del tempo. A Venezia le persone si incontravano per strada, nelle calli e nei campielli in una dimensione del tutto differente da altri centri. Secondo me è una cosa molto importante, da prendere come esempio, perché la città è una concentrazione di opportunità e se non si riesce a trovarci tra noi, allora non ha senso venire in città. Un’altra grandissima lezione che credo si possa avere da Venezia in relazione al cambiamento di clima nel mondo è la sua capacità di leggere per secoli le regole naturali».

Oggi ritornare a Venezia che effetto le fa? Secondo lei è una città “a misura d’uomo”? «Quando si ricorda una bella parte della propria vita in un luogo, si ritorna sempre volentieri, com’è ogni volta per me quando vengo a Venezia. Trovo sia una città completamente “a misura d’uomo” e dei bambini, per il fatto di camminare, in tranquillità, senza le automobili. Le mie figlie, quando siamo arrivati in città, hanno espresso con il corpo questo senso di libertà che Venezia trasmette: correvano per strada, non camminavano. Quando mi chiedevano “fino a dove possiamo andare?” rispondevo “fino a dove volete”… Questo è difficile dirlo in altre città e credo sia un modo molto concreto e specifico di misurare la qualità di un centro abitato».

La “sua” Biennale che messaggio vuole trasmettere? «Innanzitutto dobbiamo prenderci del tempo per capire quale sia la domanda, prima di dare una risposta. Nulla è peggiore di rispondere bene alla domanda sbagliata. Quindi bisogna mettersi d’accordo su quali siano le grandissime “sfide” che dobbiamo affrontare. Disuguaglianze, sostenibilità, inquinamento, traffico, insicurezza, migrazioni non sono problemi dell’architetto, bensì dei cittadini, ma gli architetti possono contribuire a vincere “le sfide” con la conoscenza specifica per migliorare la qualità dell’ambiente edificato e di conseguenza la qualità di vita delle persone».

Esiste secondo lei un “modello di architettura” da cui prendere esempio? «Non uno, ma tanti, perché per ogni domanda bisogna cercare di trovare la risposta adeguata. L’architettura si occupa di dare forma ai luoghi in cui viviamo. La forma di questi luoghi, però, non è definita soltanto dalla tendenza estetica del momento o dal talento di un particolare architetto: essi sono la conseguenza di regole, interessi, economie e politiche, o forse anche della mancanza di coordinamento, dell’indifferenza e della semplice casualità. La proposta quindi è duplice: ampliare la gamma delle tematiche a cui ci si aspetta che l’architettura fornisca delle risposte, aggiungendo alle dimensioni artistiche e culturali che già le appartengono, quelle sociali, politiche, economiche ed ambientali».

’immagine della signora che guarda dall’alto della scala è emblematica per comprendere il suo pensiero. «Viste in piedi sul suolo, le pietre delle linee Nazca (linee tracciate nel terreno che formano più di 800 disegni, nda) nel deserto del Perù sembravano nient’altro che sassi. Ma dall’alto della scala, l’archeologa tedesca Maria Reiche ha potuto invece scoprire un’infinita varietà di figure. Gli architetti invitati a questa Biennale, come quella signora, forse riescono a vedere cose che noi a terra non riusciamo a vedere e “Reporting from the front”, avere notizie dal “fronte”, vuol dire che chi ha raggiunto un punto di vista nuovo condivide, con noi che siamo “giù dalla scala”, conoscenze, creatività, cose viste dall’alto».

Lei proprio quest’anno ha ricevuto un prestigioso riconoscimento mondiale nel campo dell’architettura. «Sì, il Pritzker 2016, un premio veramente importante. Ma la vita è fatta di lavoro, quindi la cosa più significativa non è nel riconoscimento in se stesso, ma quanto questo permetterà di andare a cercare delle “sfide” ancora più grandi a cui rispondere».

Che augurio si sente di fare a Venezia? «Il mio augurio per Venezia è che continui ad esistere come città e non solo come un museo. Qui c’è una vitalità che vorrei fosse espressione di una città e non solo di una cartolina turistica».


ALEJANDRO ARAVENA

Nato a Santiago del Cile nel 1967, ha conseguito la laurea in architettura presso l’Università Cattolica del Cile nel 1992. Nel 1993 ha studiato Storia e Teoria allo IUAV ed Incisione presso l’Accademia di Belle Arti di Venezia.
Nel 1994 fonda lo studio Aravena Architetti, progettando principalmente edifici istituzionali. È stato professore all’Università di Harvard e, dal 2001, è direttore esecutivo dell’iniziativa per l’edilizia sociale “Elemental”, che ha ampliato negli anni il proprio campo d’azione verso una vasta gamma di infrastrutture, spazi ed edifici pubblici, che usano la città come scorciatoia verso l’uguaglianza: il Metropolitan Promenade e il Children’s Park di Santiago; la ricostruzione della città della Costituzione, dopo il terremoto del 2010; la riprogettazione della città di rame minerario di Calama; l’intervento della regione di Choapa per la compagnia mineraria Pelambres.
Il lavoro di Alejandro Aravena, autore di libri in materia, è stato pubblicato in oltre cinquanta Paesi e riconosciuto con numerosi importanti premi nel campo dell’architettura, ultimo ricevuto il Pritzker 2016.
(S.B.) PH© Andrea Avezzù

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