L’analisi del professor Marco Dugato: “I social hanno accelerato l’emulazione, ma probabilmente qualche tema generazionale alla base c’è”
“Quello che temo è che, dopo queste situazioni, tutto si appiattisca su un tema di ordine pubblico, perdendo in qualche maniera altri aspetti. E che il tentativo di proporre alternative politiche che vengano dai giovani sia percepito come la voglia di fare di nuovo casino, non capendo che solo una piccola parte dei partecipanti è stata coinvolta negli scontri. Pur essendo una dinamica nata insieme, la violenza si è infatti poi sviluppata in maniera assolutamente indipendente. In tal senso, la cosa chiarissima è che molta della devastazione è avvenuta domenica, non c’entrando quindi nulla con il resto. Il rischio è insomma quello di buttare via il bambino con l’acqua sporca”.
La riflessione arriva da Marco Dugato, professore di Sociologia della devianza dell’Università Cattolica di Milano e ricercatore al Centro Transcrime. Perché interpretare solo sulla base della cronaca la guerriglia urbana degli ultimi giorni, esplosa prima in Francia e poi arrivata anche da noi anche sull’onda dei video diffusi in rete, rischia di essere una lettura troppo semplicistica, quando, in realtà, alle spalle c’è un molto più articolato substrato sociale.

Una delle domande che ci si può porre, di fronte a una violenza che ha dimostrato di poter esplodere in pochi giorni, è per esempio quella relativa all’idea che le condizioni che la rendono possibile si siano accumulate per anni. Professor Dugato, possiamo dire che non ci siamo accorti della rabbia finché non è diventata violenza?
“Direi di sì, anche se i segnali c’erano. Anche se non è una giustificazione o un’assoluzione di chi ha commesso certe azioni che, è evidente, rimangono azioni criminali, il fatto che siano stati coinvolti così tanti ragazzi in così poco tempo da capire che non è solo una scelta individuale o l’azione di un singolo, ma è effettivamente una manifestazione di un malessere diffuso. Questo si era già tradotto da una parte in un aumento di comportamenti individuali singoli di natura violenta, che sono stati raccontati negli ultimi anni attraverso l’aumento della delinquenza giovanile. Ma anche e soprattutto in fenomeni che sono più nascosti, meno evidenti, come i temi del ritiro sociale, dei disturbi di natura psicologica che molti ragazzi hanno. Quindi, comunque lo si voglia leggere, sono un segnale che fa presagire che probabilmente qualche tema generazionale c’è, in atto”.
Di fronte ai video provenienti da Francia e Albania che hanno preceduto le mobilitazioni violente in Italia, si può parlare di “contagio delle immagini”? E, visto che il coinvolgimento dei giovani si è diffuso soprattutto attraverso i social, quanto di emulazione c’è negli episodi degli ultimi giorni?
“È difficile distinguere. Sicuramente c’è stato un elemento di emulazione, che non è solo imitazione. Non vuol dire cioè fare la stessa cosa non ponendosi il problema, ma, in qualche maniera, si riprendono proprio gli slogan e la componente motivazionale. In parte questo avviene perché probabilmente c’è, un tratto comune, pur essendo importante capire che parliamo di due realtà diverse. Quello che viene manifestato da alcuni ragazzi francesi, per esempio rispetto al carovita, è comunque qualcosa che viene sentito anche in Italia. E questo effetto-contagio nelle istanze, che le rende generazionali, è comunque avvenuto anche nel passato, ancor prima dei social, o più di recente con il movimento ecologista dei Fridays for Future, chiaramente con dinamiche diverse. Ma non c’è solo questa dimensione”
A cosa si riferisce?
“Mi riferisco per esempio al fatto che tanti dei ragazzi che sono stati poi coinvolti negli scontri e nei saccheggi non erano in realtà legati con la manifestazione originale: probabilmente non erano nemmeno lì per la manifestazione. Molti sono arrivati dopo, richiamati dall’attrattiva del disordine, e dunque senza nessun collegamento con i fatti francesi e le rivendicazioni originali ma solo con l’idea di andare a fare casino. Dietro, dunque, c’è una situazione di disagio e malessere diffuso, che porta a fare questa cosa”.
Quanto hanno inciso, in tutto questo, le immagini?
“Tantissimo: si è creato un circuito che si autoalimentava. E la cosa nuova non è stata tanto l’atto di vandalismo o anche il saccheggio, che sono avvenuti anche in passato, in Italia come all’estero. L’elemento di novità è legato proprio al fatto che viviamo ormai in una società in cui tutto deve essere documentato e filmato, in cui quel che non si posta è come se non fosse avvenuto. È questo che crea poi un effetto di moltiplicazione, molto del tam tam che è nato, in cui queste pratiche si sono diffuse e si sono alimentate in gruppi di ragazzi che non erano in precedenza organizzati, ma alla fine hanno agito quasi come un corpo unico, compiendo le stesse azioni. Un’emulazione che è partita grazie al fatto che hanno praticamente subito iniziato a circolare le immagini. E molti giovani si sono detti “andiamo a Milano perché adesso sta succedendo questo e possiamo andarne a diventarne parte. Sicuramente la dimensione “performativa”, cioè il fatto di andare e compiere un’azione che possa essere filmata e condivisa, generando quindi all’interno della mia propria comunità di riferimento, quindi i miei amici, spesso virtuali, può generare approvazione e visibilità. E questa è ormai una delle motivazioni principali per cui avvengono molte cose, non solo tra i ragazzi. C’è cioè spesso questo “retrogusto” nella scelta di quale foto mettere in rete, sapendo quale ci farà guadagnare visibilità”.
La spinta parte cioè da una ricerca di viralità?
“L’emulazione e la ripetitività dei gesti rispetto a quanto visto altrove si lega proprio a questa possibilità di ricondividere immediatamente un certo tipo di immagini e di azioni che sono state fatte. Prima magari veniva ripresa l’estetica francese, ma poi, in realtà, le immagini si sono tradotte, molto più banalmente, nel far vedere quel che stava avvenendo, spingendo ad andarne a far parte. E questo, naturalmente, può avvenire con una velocità che prima non era pensabile. Se cioè prima dei social una cosa del genere non fosse stata organizzata in anticipo, non sarebbe mai potuta avvenire: adesso anche l’organizzazione avviene molto più velocemente”
La funzione dei social è stata allora quella di innesco o di acceleratore?
“Certo, i social sono un acceleratore rispetto ad alcuni meccanismi, ma lo sono perché cambiano totalmente anche le modalità di socialità, che non possono più seguire quelle che erano le logiche del passato. I social sono ormai un canale comunicativo e di creazione di socialità, mentre le generazioni precedenti continuano a vederli come uno strumento, per esempio per informarci. Per i ragazzi è invece molto più una parte essenziale della loro identità. Far parte di un gruppo è una componente fondamentale di quello che loro sono. Oggi, la difficoltà che proviamo noi adulti nel capire le nuove generazioni sta proprio nella comprensione di questo salto”.
Nella società, e nei giovani in particolare, è cambiata la percezione di ciò che si può e ciò che non si può fare?
“La cosa, secondo me, è sempre da mettere in prospettiva. Quando mi parlavano della criminalità giovanile, io facevo sempre la domanda: “Ma voi vi sentire più sicuri adesso o nella Milano degli anni ’80 quando si sparava?” E, sulla questione giovanile, se pensiamo alla violenza politica degli anni ’70, quando i ragazzi andavano in giro con le chiavi inglesi e le pistole, era giusto, era corretto, aveva un senso del limite che adesso non c’è più. Il tema della violenza dei ragazzi è purtroppo una cosa che c’è sempre stata. Quello che adesso forse manca è la cornice ideologica o l’inquadramento rispetto a questo. Le grandi narrazioni, i grandi partiti o le associazioni che incanalavano un po’, e magari in parte controllavano, questo tipo di rabbia non ci sono più. Le manifestazioni nascono allora in maniera molto più estemporanea. Non si va cioè più a fare un assalto a una banca come simbolo del potere, ma a saccheggiare Foot Locker, perché il nuovo simbolo sono le scarpe. Cambiano insomma forse i riferimenti identitari e culturali, ma non è un problema dei ragazzi, ma di come è cambiata la società in cui i ragazzi crescono”.
Si può però dire che si è diffusa l’idea che solo con la violenza ci si può far ascoltare?
“Ripeto: negli anni ’70, quale era il pensiero comune? Che la rappresentanza politica non basta più e quindi bisogna fare l’azione violenta. Prendo questo come esempio, per dire che non si tratta di una cosa così nuova la visione della violenza come uno dei modi per poter cambiare le cose. Quello che cambia sono le modalità, nel senso che prima erano più collettive, c’era una narrazione condivisa, si aderiva a una visione del mondo. Adesso, visto che la visione del mondo è molto più frammentata, molto più individualistica, anche queste reazioni e questi comportamenti, che riguardano comunque una minoranza dei ragazzi, sono molto più individuali”.
Ma le manifestazioni collettive non sono esattamente l’opposto dell’individualismo?
“Io vedo in maniera positiva il fatto che ci siano state delle manifestazioni per portare all’attenzione pubblica i problemi dei ragazzi, il fatto che ci sia una voglia di protagonismo rispetto a questo. E anche la ricerca di sentirsi parte di un movimento collettivo, di scendere in piazza e manifestare può avere, al di là delle derive, un taglio positivo, perché sono convinto che quello che manca, in Italia, è molto spesso proprio una rappresentanza o un’attenzione dal punto di vista delle politiche strutturali rispetto alle nuove generazioni. Il tema forte del ritiro sociale per molti ragazzi è già una risposta. E la ricerca di una socialità, o comunque di una condivisione di uno stato di disagio o di malessere è per me una cosa positiva, che tendenzialmente dovrebbe essere incentivata”.
Sono messaggi che andrebbero letti attentamente dalla politica?
“Visto che non portano un ritorno elettorale immediato, i giovani nessuno se li fila, considerandoli marginali. E, anche se si continua a sottolineare questo aspetto, poi lo si ignora o si dà ai ragazzi il messaggio tremendo di andare all’estero. Questa totale mancanza di visione, il non considerare le nuove generazioni come un soggetto che necessita di investimenti, di attenzione, di politiche, oltretutto, non è legata solo al Governo attuale, ma è strutturale negli ultimi 20 anni, se non 30. La verità è che se si deve decidere cosa tagliare tra le pensioni e la scuola si taglia prima di tutto sulla seconda. E anche all’interno delle politiche della scuola si parla di insegnanti. Una salvaguardia che, per carità, è importantissima a livello di garanzia. Ma si dimentica così che il cuore della scuola sono gli studenti e il loro benessere. E quando manca una visione del futuro, questo tipo di ripercussioni è inevitabile.
Ma c’è ancora fiducia nelle istituzioni?
“La fiducia nelle istituzioni non si crea dal nulla. E qual è il rappresentante politico che ha parlato di giovani, se non in maniera problematica. L’unico modo in cui ultimamente si è parlato di giovani, ma il discorso vale anche per prima, è stato il decreto Caivano, i rave: sempre una problematizzazione. In alternativa, ma sempre in maniera vaga e ideologica, si dice al massimo “poverini i ragazzi”. Ma qual è la proposta concreta? Torno alla scuola, che è il primo passaggio a imbuto nel loro rapporto con lo Stato. Oppure c’è anche chi vive situazioni di marginalità, di case popolari, di servizi sociali, che sono in netta sofferenza, perché il welfare è in crisi e i finanziamenti in questo campo, soprattutto quelli rivolti verso le nuove generazioni, subiscono tagli continui. Insomma: se le istituzioni vogliono che si crei una fiducia nei loro confronti, devono in primo luogo essere presenti, mentre al momento non ci sono nella quotidianità dei ragazzi. Per cui è difficile stupirsi se, chiedendo loro perché non pensino al bene comune rispondano: “Ma perché? Il bene comune pensa a me?”.
In piazza, stavolta, sono però scesi anche molti giovanissimi, perfino di 11 e 12 anni, che difficilmente hanno già alla base ideologie politiche e magari non sanno nemmeno esattamente cosa siano il “caro vita” e le disuguaglianze sociali: cosa ci dice, questo?
“Va ricordato che, nei fatti di Milano, molti di questi giovanissimi sono parte di quell’ondata che è venuta dopo: a parte casi sporadici, non erano lì per la manifestazione, ma si trovavano in città per altri motivi e sono stati coinvolti, oppure sono arrivati in un secondo tempo, sull’onda del tam tam, e si sono in molti casi resi protagonisti dei disordini. È ovvio allora che per loro non c’era la stessa motivazione. Dall’altra parte, però, è vero che non c’è magari una consapevolezza rispetto a quanto sta avvenendo nella società o quale sia la causa delle proteste. Ma sono ragazzi che vivono una condizione particolare attraverso l’esperienza in famiglia, che si rendono conto di non avere la possibilità di potersi permettere magari di beni di consumo che, dal punto di vista dell’immaginario, dei modelli di successo che vengono attualmente proposti sono considerati normali. E, quindi, se non li hai, sei in qualche maniera inadatto perché ti manca lo standard minimo per essere accettato all’interno della mia comunità e della mia società. La loro visione è molto più concreta, meno legata a certi concetti. Temi che richiamano quelli sui modelli che stiamo dando, con l’iperattenzione rispetto alla dimensione consumistica che a volte diventa sostitutiva di quell’identità condivisa che non c’è più. Ma l’aggregazione identitaria è ancora fondamentale, per i ragazzi”.
Alberto Minazzi



