Con l’invio alla alla Commissione Ue della bozza, il Piano nazionale di ripristino dell’Italia ha iniziato l’iter: obiettivo 2030 per i primi risultati
Il futuro dell’ambiente naturale che ci circonda non passa solo attraverso la protezione dei siti ancora in buone condizioni.
Vi sono infatti ecosistemi degradati che possono essere ancora recuperati: dagli habitat terrestri e marini a fiumi e pianure alluvionali, dalla rinaturalizzazione di città e aree urbane ad agricoltura e foreste.
L’Unione Europea ha preso coscienza di questo e, dal 2024, si è dotata del regolamento chiamato “Nature Restoration Law”. Uno strumento che, per produrre risultati, richiede però l’attivazione dei singoli Stati membri attraverso l’organizzazione di appositi Piani di ripristino della natura.
La Commissione Ue ha dunque imposto obiettivi e scadenze vincolanti. E il Ministero dell’Ambiente italiano, pur in leggero ritardo rispetto alla data fissata del 1° settembre, il 25 dello scorso mese ha inviato a Bruxelles la bozza del suo Piano, pubblicato poi online il 7 ottobre.
Le premesse del Piano nazionale di ripristino della natura
L’iter per rendere operativo il Piano, va sottolineato, è ancora lungo. Attualmente siamo entrati nella fase, lunga 6 mesi, in cui la Commissione esaminerà la bozza, formulando poi, entro marzo 2027, le sue osservazioni e raccomandazioni.
Queste dovranno quindi essere integrate nel testo definitivo dall’Italia entro il 1° settembre 2027. I primi traguardi fissati dall’Ue per il raggiungimento degli obiettivi guardano allora al 2030.
La bozza italiana è stata elaborata al termine di una fase di consultazione pubblica, in cui sono stati raccolti oltre 1.650 contributi tra osservazioni e proposte, ora al vaglio delle Amministrazioni competenti. Ed è stato inserito nel testo un primo elenco di 83 progettualità presentate dalle Regioni. Sono state inoltre ricevute 46 indicazioni da soggetti con competenze ambientali preliminari in vista della Valutazione ambientale strategica.
Gli obiettivi che si è posta l’Italia
Il tema della biodiversità è però solo uno degli aspetti presi in considerazione dalla bozza inviata a Bruxelles.
Il Piano italiano collega infatti il ripristino degli ecosistemi a diversi obiettivi che hanno conseguenze pratiche per cittadini e imprese.

Dal ripristino ambientale deriva per esempio la riduzione dei rischi climatici.
Recuperare zone umide, pianure alluvionali e vegetazione può cioè contribuire a trattenere l’acqua e a ridurre gli effetti delle piene.
Sempre da questo punto di vista, il tema concreto per le città è quello della preservazione e dell’incremento delle aree verdi urbane e delle alberature, che possono attenuare le isole di calore. Un altro obiettivo a cui si può puntare è il miglioramento della qualità di suoli e acque. Le pratiche agricole sostenibili, la riduzione degli inquinanti e il recupero della vegetazione possono infatti risultare determinanti nel contrasto erosione e degrado.
Ancora, dal recupero dell’ambiente degradato consegue una più elevata resilienza delle attività economiche. Attraverso ecosistemi più funzionali si possono cioè sostenere nel lungo periodo agricoltura, pesca e disponibilità di risorse naturali. E, dal punto di vista dell’assorbimento dell’anidride carbonica, poter contare su foreste, zone umide, torbiere e habitat costieri offre un contributo potenzialmente importante per la mitigazione del cambiamento climatico.
I principali interventi previsti nella bozza italiana: habitat terrestri, mari e fiumi
Se la seconda parte del Piano si incentra sulla strategia nazionale per ciascun obbligo previsto dal regolamento europeo, con obiettivi, superfici e priorità, la terza si addentra nelle misure specifiche, collegate proprio a questi obiettivi, con orizzonte temporale 2050. Sono però previste anche tappe intermedie, così come l’aggiornamento del Piano in base ai dati raccolti e ai risultati degli interventi.
Per le opere di miglioramento delle zone terrestri degradate, di ripristino degli habitat scomparsi e della riduzione delle pressioni che li danneggiano viene data intanto priorità alla rete ecologica europea che garantisce la conservazione della biodiversità “Natura 2000”, che comprende circa il 19,4% del nostro territorio, prevedendo un’estensione progressiva dopo il 2030 anche al di fuori della rete protetta.
Per mare e coste si punta invece a proteggere e recuperare praterie di fanerogame marine, fondali coralligeni e altri ambienti marini con interventi pianificati anche grazie alla mappatura ad alta risoluzione con il progetto Marine Ecosystem Restoration. Su fiumi e pianure alluvionali, l’Italia intende contribuire all’obiettivo europeo del ripristino di almeno 25 mila km di fiumi a scorrimento libero entro il 2030 attraverso la rimozione di barriere artificiali obsolete, recupero della vegetazione lungo i corsi d’acqua e riconnessione tra fiumi e pianure alluvionali.

Impollinatori e agricoltura, foreste e città
In ambito agricolo, la bozza del Piano si concentra da un lato sugli impollinatori, per invertire il declino di api selvatiche, insetti e farfalle, attraverso il monitoraggio delle popolazioni al via dalla primavera 2027, il miglioramento degli habitat e la riduzione delle pressioni, compreso l’impiego di pesticidi. Dall’altro si punta a migliorare la biodiversità dei terreni coltivati, il contenuto di carbonio organico nei suoli e la presenza di specie indicatrici.
Il tema della biodiversità da migliorare torna parlando di foreste, per le quali va aumentata la capacità di resistere alle perturbazioni, per esempio attraverso una gestione forestale più vicina ai processi naturali, l’aumento della diversità strutturale, la presenza di legno morto e la connessione fra habitat forestali. Il Piano descrive anche quello che intende essere il contributo italiano all’obiettivo europeo di piantare 3 miliardi di alberi entro il 2030.
Infine, per città e aree urbanizzate, è prevista una ricognizione di aree dismesse e spazi pubblici potenzialmente trasformabili in verde, ma anche interventi di rigenerazione urbana sostenibile e incentivi per tetti verdi, pareti vegetate e sostituzione di superfici impermeabili con superfici permeabili. L’obiettivo fissato è quello di evitare perdite nette di verde e copertura arborea urbana entro il 2030, procedendo poi con l’avvio di opere finalizzate al loro incremento.

Il nodo economico e finanziario e le altre questioni da risolvere
Lo snodo fondamentale per passare alle misure concrete resta in ogni caso quello delle coperture finanziarie. Il tema delle risorse è inserito, insieme tra l’altro a quello dei benefici attesi, nella prima parte della bozza. Al momento, al riguardo, risultano assegnati alla linea dedicata al piano 82,4 milioni di euro, derivanti dai fondi dell’Accordo per la coesione Mase-Fsc 2021-2027, ma il documento non offre ancora un costo definitivo dell’intero Piano.
Per circa un terzo delle misure manca del resto ancora un costo stimato preciso, con il fabbisogno indicato che è quindi solo provvisorio e indicativo. Tra gli interventi per cui è disponibile una stima, circa il 31% del quadro finanziario risulta invece già attuato o in corso, con una ulteriore quota del 66% pianificata o dotata di un piano adottato. Oltre ai fondi europei, nazionali e regionali, per la copertura non sono intanto esclusi investimenti privati e partenariati.
C’è, insomma, ancora molto da definire. Anche sul piano pratico. Perché la bozza non nasconde i numerosi passaggi ancora da sviluppare, per esempio su quantificazione e localizzazione degli interventi. Serve, per esempio, completare le conoscenze sullo stato di alcuni habitat e sulle superfici da ripristinare, definire più precisamente le aree interessate dalle singole misure e definire il coordinamento tra vari enti.
Alberto Minazzi



