650 mila famiglie attendono alloggi pubblici mentre il Governo valuta affitti calmierati, social housing e recupero di immobili sfitti. Il caso Venezia
Insieme al posto di lavoro, una casa in cui abitare è uno dei pilastri imprescindibili su cui costruire il proprio futuro.
Eppure, per molti, troppi, è ancora un sogno.
Le famiglie che in Italia aspettano un alloggio pubblico sono oggi 650 mila, ha sottolineato nel corso dell’audizione dei giorni scorsi in Parlamento il presidente dell’Associazione Nazionale Costruttori Edili (Ance), Stefano Betti, riportando i dati di Federcasa. “Nel nostro Paese è emerso dopo un periodo silente, in tutta la sua drammaticità, il problema della casa sociale: non più solo per le classi meno abbienti, ma anche per quelle medie e intermedie“, ha aggiunto Betti.
Il Governo, tutto questo, lo sa. E ha così in programma un importante intervento attraverso un nuovo “Piano casa”. Che, però, è ancora fermo al palo, nonostante l’iniziale previsione di portarlo sul tavolo del Consiglio dei Ministri già a inizio mese.

Il Piano casa verso il Consiglio dei Ministri
La riunione a Palazzo Chigi in cui discutere del Piano casa si sarebbe dovuta tenere il 6 marzo. Il Consiglio è però slittato al 10 marzo, a causa dell’emergenza bellica; ma nemmeno in questa seconda data il tema è stato inserito nell’ordine del giorno.
Né, al momento, c’è una calendarizzazione ufficiale.
A frenare sull’approvazione del testo, riguardo al quale hanno iniziato a circolare alcune anticipazioni sui contenuti, sarebbero state alcune perplessità espresse dalla Presidenza della Repubblica, sia politico-sostanziali che tecnico-formali.
Nel primo caso, non convince fino in fondo l’equilibrio tra proprietari e affittuari garantito dal provvedimento, ritenendo che sussista un forte sbilanciamento verso i primi. In seconda battuta, si sta riflettendo, in considerazione della delicatezza della materia, dell’opportunità di ricorrere alla decretazione d’urgenza.
Il decreto-legge, è una delle ipotesi che sono state avanzate per sbloccare la situazione, potrebbe a questo punto contenere solo un primo intervento per fronteggiare le principali emergenze abitative, rinviando ulteriormente il Piano completo.
L’obiettivo finale cui mira il Governo è in ogni caso quello di aumentare l’offerta di abitazioni a prezzi calmierati.

Il recupero delle case pubbliche sfitte
A tal fine, si sta valutando per esempio la riconversione ad alloggi sociali o residenze messe a disposizione a prezzi accessibili di edifici pubblici, come ex scuole, caserme o uffici, ora inutilizzati.
Soprattutto, però, si punta a riattivare una serie di alloggi pubblici attualmente non utilizzati, come le case popolari non assegnate: circa 60 mila. La cifra corrisponde più o meno all’8% del totale di circa 742 mila alloggi di edilizia residenziale pubblica stimati dall’Osservatorio nazionale sull’edilizia residenziale pubblica di Federcasa-Nomisma (l’Ance arriva a 980 mila di cui 80 mila vuoti e sfitti).
Si tratta di abitazioni non ricollocabili, in quanto a tal fine servirebbero interventi di manutenzione straordinaria e riqualificazione. Accanto ad altre iniziative di social housing, una parte delle risorse da mettere a disposizione con il Piano casa, che dovrebbero variare complessivamente tra un minimo di 950 milioni e un massimo di 1,8 miliardi di euro, verrebbero utilizzate proprio a tal fine. Il recupero di patrimonio abitativo sarebbe favorito dunque attraverso la concessione di un contributo da alcune decine di migliaia di euro per ciascun alloggio, integrando i fondi privati attraverso questo sostegno ai progetti.

I possibili beneficiari
A beneficiare del nuovo Piano casa sarebbero principalmente le categorie considerate maggiormente in difficoltà, come i giovani, le giovani coppie e le famiglie con redditi medio-bassi, ma anche le persone che vivono situazioni di disagio abitativo, dalla precarietà dell’alloggio a condizioni di sovraffollamento, e coloro che hanno difficoltà ad accedere al mercato libero per acquistare o affittare casa. Un problema, quest’ultimo, evidenziato sempre dal presidente Ance Betti con particolare riguardo alla “fascia grigia” di chi vive grandi centri urbani a forte tensione abitativa. Un problema che sta diventando sempre più serio in realtà come Milano e Roma, dove i livelli di popolazione, crescita e occupazione hanno superato i livelli pre-crisi, generando però una competizione anche nell’accesso alla casa, ormai diventato difficoltoso anche per chi rientra in una fascia di reddito media.
Tra le possibili formule d’accesso alle soluzioni abitative per dare risposte concrete all’emergenza, il Governo sta quindi studiando anche soluzioni come il rent-to-buy, ovvero l’affitto a canone agevolato con possibilità di acquisto progressivo dell’abitazione o schemi di social housing e partenariato pubblico-privato per la realizzazione di alloggi a prezzi calmierati, coinvolgendo anche fondi europei e strumenti creditizi.
Il caso-Venezia: case e graduatorie ci sono, ma non si possono fare assegnazioni
In un quadro di generale difficoltà, suona così ancor più paradossale la situazione che si sta vivendo a Venezia.
Nel capoluogo lagunare, risale infatti al 2023 l’adozione del bando Erp per l’assegnazione di alloggi disponibili.

Le graduatorie per l’accesso alle case sono state però bloccate in quanto sono state ritenute incostituzionali e discriminatorie le clausole che prevedono l’attribuzione di punteggi aggiuntivi a chi risiede da più anni in Veneto o a Venezia. In materia è intervenuta per prima, nel 2024, la Corte Costituzionale; quindi le assegnazioni, anche quelle effettuate dalla Regione Veneto (che ha adottato il medesimo criterio legato alla residenza), sono state sospese attraverso un ulteriore intervento del Tribunale di Padova. E, a gennaio 2026, la Corte d’Appello di Venezia ha confermato la discriminatorietà della previsione, ordinando agli enti locali di rifare entro 2 mesi regolamenti e bandi, con l’obbligo di rimuovere tali criteri. Nel frattempo, l’assegnazione degli alloggi di edilizia residenziale pubblica a Venezia è però ferma da quasi 2 anni, essendo stato bloccato anche il bando 2025, per il quale erano state presentate quasi 2.300 domande, di cui 2.151 accolte provvisoriamente.
Alberto Minazzi



