Sono rimasti in pochi a raccontare l’orrore dei lager nazisti. Le loro voci, oggi, sono l’ultimo argine contro l’oblio
Ogni 27 gennaio è una corsa contro l’oblio.
I sopravvissuti alla Shoah sono ormai pochissimi, corpi oramai anziani e fragili che custodiscono una memoria immensa, incisa nella carne e nei numeri tatuati.
Quando anche l’ultimo testimone se ne andrà, la responsabilità di raccontare l’orrore dei campi di sterminio nazifascisti ricadrà su chi non ha visto, su chi non ha vissuto, su chi non ha patito l’orrore che è accaduto.
Sono tantissime le storie di chi è riuscito a sfuggire alle camere della morte dei campi di concentramento. Pochi i superstiti.
Dopo di loro rimarranno solo i libri, gli archivi, i documentari storici, le testimonianze registrate e quelle di nipoti e pronipoti in una sorta di passaggio di consegne, anche generazionale.
I sopravvissuti: Liliana Segre
Un nome su tutti che viene alla mente è quello di Liliana Segre, classe 1930, senatrice a vita in Italia.
Cresciuta in una famiglia atea di ascendenza ebraica, in tenera età, a partire dal 1938 iniziò a subire le imposizioni discriminatorie delle leggi razziali fasciste. Aveva solo 13 anni, era il gennaio 1944, quando fu arrestata e deportata al campo di concentramento di Auschwitz, dal quale fece ritorno alla fine della seconda guerra mondiale. Il suo numero di matricola era 75190, dei 776 bambini italiani di età inferiore a 14 anni che furono deportati. Fu tra i 25 sopravvissuti di allora.

Dopo un lungo periodo di riflessione e silenzio, come a non voler riaccendere la sofferenza di quei momenti, negli anni novanta iniziò a raccontare pubblicamente la propria esperienza impegnandosi ‘per sensibilizzare le nuove generazioni contro il razzismo e l’indifferenza. Nel 2018 è stata nominata senatrice a vita dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella “per aver illustrato la Patria con altissimi meriti nel campo sociale” e dal 2021 è presidente della Commissione Straordinaria per il contrasto dei fenomeni di intolleranza, razzismo, antisemitismo e istigazione all’odio e alla violenza.
Gli ultimi legami con la Shoah
Secondo l’analisi dell’Unione delle Comunità ebraiche italiane e dello scrittore e storico Marcello Pezzetti, che cura il Museo di Roma, gli ebrei sopravvissuti sono ormai solo una decina, ai quali si aggiungono pochissimi ex deportati non ebrei.
Al nome Liliana Segre si affiancano Sami Modiano, anche lui classe 1930, uscito vivo dal campo di sterminio di Birkenau ed Edith Bruck, del 1931, ebrea, scrittrice e regista ungherese deportata nel ’44 ad Auschwitz, sopravvissuta a sei diversi lager.
Nell’esiguo elenco vi sono poi la 101 enne Stella Levi, come Sami Modiano della comunità italiana a Rodi, sopravvissuta ad Auschwitz; Albero Israel, anche lui da Rodi, 97 anni, deportato ad Auschwitz con le sorelle di Fiume Andra e Tatiana Bucci di 85 e 87 anni, testimoni dell’orrore più assurdo, gli esperimenti di Mengele che utilizzavano i deportati come cavie per verificare la resistenza umana in condizioni estreme; Gilberto Salmoni, 97 anni, presidente onorario di Aned Genova, ebreo ma deportato a 16 anni a Buchenwald come cattolico e con il triangolo rosso dei dissidenti politici. E ancora Mirella Stanzione, 98 anni a marzo, famiglia antifascista, deportata a Ravensbruck e la pediatra Sultana Razon Veronesi, 93 anni, ebrea sefardita, moglie dell’oncologo Umberto Veronesi. Sopravvissuta da bambina a due campi in Italia e poi a Bergen Belsen, dal 2023 condivide un percorso di memorie con gli studenti.



