Uno studio svizzero approfondisce il meccanismo con cui una comunissima infezione può portare allo sviluppo della grave malattia cronica autoimmune
In tutto il mondo, oltre il 90% della popolazione adulta è stata infettata nel corso della propria vita dal virus di Epstein-Barr (Ebv), o herpesvirus umano 4. E si tratta di un’infezione assolutamente particolare, visto che circa il 50% dei bambini la contrae entro i 5 anni, spesso in modo asintomatico, mentre in adolescenti e adulti può provocare la mononucleosi, nota anche come “malattia del bacio”, avvenendo la trasmissione del virus attraverso saliva infetta.
Da tempo, inoltre, la scienza ha evidenziato una possibile associazione tra Ebv e sviluppo della sclerosi multipla.
Eppure, per fortuna, le persone che soffrono di questa grave malattia autoimmune sono 2,8 milioni in tutto il mondo, di cui oltre 140 mila in Italia, con circa 107 mila nuove diagnosi ogni anno (3.600 nel nostro Paese). Una evidente incongruenza numerica alla quale ha provato a dare una spiegazione, almeno parziale, lo studio condotto da Roland Martin dell’Università di Zurigo.
I risultati sono stati appena pubblicati sulla rivista Cell: l’Ebv può favorire la sclerosi multipla nel caso in cui chi si infetta presenti una particolare predisposizione genetica.

Un risultato scientifico importante, ma ancora da approfondire
Prima di capire come avvenga questo meccanismo, è giusto partire da alcuni chiarimenti che, correttamente, i ricercatori hanno inserito alla fine del documento. Perché, si sottolinea, i risultati non spiegano tutti i casi di sclerosi multipla, né vanno letti nel senso di sostenere la tesi che il virus di Epstein-Barr da solo può causare la malattia. Non si può cioè parlare di prove cliniche definitive, così come saranno necessarie ulteriori dimostrazioni per affermare che i frammenti di proteine, chiamati peptidi, presi in considerazione siano più importanti in questa prospettiva di altre già note brevi catene di amminoacidi che compongono le proteine. Ciò, in ogni caso, non toglie che i dati ottenuti negli esperimenti condotti dal team siano estremamente solidi e forniscano una spiegazione biologica assolutamente plausibile. L’importanza dello studio, si sottolinea ancora, consiste da un lato nell’identificazione di un collegamento concreto tra ambiente esterno, rappresentato dal virus, e genetica ai fini della determinazione dei possibili meccanismi che portano alla sclerosi multipla. Ancor più, pur non potendo purtroppo ancora dire di aver individuato una cura per la malattia, l’individuazione di questi meccanismi biologici può aprire la strada a diagnosi più precise e soprattutto a possibili nuove terapie, mirate a particolari cellule infette da Ebv, a vaccini e a nuove strategie di prevenzione.
La combinazione tra virus e gene che può portare alla sclerosi multipla
L’idea di partenza che lo studio ha provato a verificare e spiegare è stata quella che l’infezione da Ebv, che lascia il virus latente nelle cellule B per tutta la vita, sia in grado di confondere queste cellule del sistema immunitario, alterandone il comportamento e provocando in tal modo un attacco alla mielina, ovvero il rivestimento dei nervi, anziché proteggerla. Una teoria che è stata confermata, visto che cellule B modificate e riprogrammate al loro interno vengono rese più attive dall’Ebv, aumentando le capacità di mostrare i peptidi alle cellule T del sistema immunitario. È proprio a queste cellule che è affidata la decisione se attaccare o meno i frammenti di proteine. Ed è qui che entra in gioco il ruolo della variante genetica chiamata HLA-DR15 nello sviluppo della sclerosi multipla, aumentandone di molto il rischio.

Perché il sistema immunitario di chi presenta questa predisposizione genetica risulta al tempo stesso più capace di riconoscere i peptidi, ma anche più pericoloso. Sulla superficie delle cellule B infettate da Ebv iniziano infatti a presentarsi frammenti della proteina della mielina, che si riscontrano anche nelle zone infiammate del cervello dei pazienti con sclerosi multipla. Il gene mutato, dunque, vede la mielina come un nemico, scambiandola per un’infezione virale, attacca prima le cellule B e poi il cervello, provocando i danni al sistema nervoso tipici della malattia.
Le cellule T “di memoria” dei malati di sclerosi
Lo studio ha confermato che questo fenomeno non è esclusivamente teorico, essendo effettivamente presenti e attive nel sistema immunitario cellule che possono danneggiare la mielina.
Nei malati di sclerosi multipla sono infatti state trovate, all’interno del sangue e del liquido cerebrospinale che fa parte del sistema nervoso centrale, cellule T “di memoria” in grado di riconoscere i frammenti di mielina.
Queste, quindi, si attivano in maniera significativa e producono sostanze infiammatorie. In realtà, il nostro sistema immunitario sarebbe dotato, all’interno del timo, di un sistema di reazione per l’eliminazione delle cellule T che normalmente reagiscono contro proteine che appartengono all’organismo e non ad agenti esterni. In questo caso, però, i frammenti specifici della mielina non vengono presentati nel timo, e di conseguenza non scatta l’eliminazione delle cellule T pericolose. Queste, dunque, restano silenti. Almeno fino a quando non vengono attivate, come avviene nel caso di infezione da Ebv.
Alberto Minazzi



