Affacciato sul Canal Grande, pendente come un presagio e avvolto da cinque secoli di superstizioni, a Venezia il civico 353 di Dorsoduro riaccende il mito
Fermarsi davanti al civico 353 di Dorsoduro, per un veneziano, non è mai un gesto neutro.
Ca’ Dario impone una scelta silenziosa: credere alla storia o cedere alla superstizione.
La sua facciata rinascimentale, impreziosita da marmi policromi e pietra d’Istria, riflette sul Canal Grande un fascino che da secoli convive con una fama sinistra.
Lo scorso anno Ca’ Dario era tornato a far parlare di sé. Dopo anni di riservatezza, il palazzo era riapparso sul mercato del lusso, attirando l’attenzione di collezionisti, investitori e curiosi di mezzo mondo. Si era parlato di cifre importanti, di trattative riservate, di interesse internazionale. Poi, improvvisamente, il silenzio.
Da allora, Ca’ Dario è rimasta sospesa in quella zona grigia che le è congeniale: non apertamente in vendita, ma nemmeno definitivamente sottratta al destino del mercato.
Oltre la leggenda, il lusso : saloni, giardino e pontile sul Canal Grande
A riproporlo oggi è Engel & Völkers Venezia, sottolineando nel suo annuncio che si ha a che fare con “un’opportunità straordinaria e rara”.
“Il palazzo conserva la struttura originale di 500 anni fa, arricchita da ampi saloni di rappresentanza, camere (9) versatili e dettagli storici d’epoca – si legge -. La residenza offre due piani nobili principali, un magnifico scalone decorato, una biblioteca, alloggi di servizio e una terrazza panoramica. Gli spazi esterni comprendono un giardino cintato e un pontile privato direttamente sul Canal Grande, ideale per chi desidera vivere Venezia con stile e privacy. La disposizione interna include saloni maestosi come la Sala Maometto, sale da pranzo e salotti con balconi affacciati sul canale, camere con bagni privati (8)e spazi dedicati a studio e lettura. Ogni dettaglio architettonico -continua l’annuncio – racconta la storia di Giovanni Dario, uomo di cultura, mercante e diplomatico, che progettò Ca’ Dario come fusione perfetta tra dimora privata, luogo di rappresentanza e simbolo della magnificenza veneziana del XV secolo”.
Acquistare Ca’ Dario significa insomma investire su 1055 metri quadrati di lusso, storia e leggenda.

Perché lo chiamano “il palazzo maledetto”
Per chi cede alla superstizione, Ca’ Dario è a Venezia il “palazzo maledetto”.
Quello delle morti violente, dei tracolli finanziari, delle coincidenze troppo perfette per non diventare leggenda.
La data che più di tutte ha inciso nella memoria collettiva è il 19 luglio 1970. Quella notte il conte Filippo Giordano delle Lanze, allora proprietario del palazzo, venne ucciso all’interno della dimora. Il corpo fu trovato la mattina seguente, riverso in una pozza di sangue, la testa fracassata, tra le mani un dipinto di Pietro Longhi. Fu ucciso con un vaso d’argento e il suo omicidio contribuì a fissare su Ca’ Dario l’ombra della tragedia.
Dopo di lui arrivò Raul Gardini.
Anche sul suo nome, tra il tracollo finanziario e il suicidio, la leggenda della maledizione ha trovato terreno fertile.
In realtà Gardini non morì a Venezia ma nella sua abitazione milanese di via Belgioioso. Un dettaglio che la narrazione superstiziosa tende spesso a rimuovere.
Templari, fantasmi e un palazzo che pende
C’è poi l’ipotesi più affascinante: Ca’ Dario sorgerebbe su un antico cimitero di templari. Sarebbe questa la causa della su leggera ma visibile pendenza verso destra e delle presenze che, secondo i racconti, avrebbero tormentato il produttore musicale Christopher Lambert che, terrorizzato, secondo le voci di città, preferiva dormire nel chiosco dei gondolieri di Santa Maria del Giglio piuttosto che tra le mura del palazzo.
Il restauro faraonico che ha sfidato la maledizione
A non credere affatto alle superstizioni sono i proprietari americani, rimasti anonimi negli anni, che hanno deciso di regalare a Ca’ Dario una nuova stagione affidando, nel 2018 il restauro alla ditta Lares di Venezia, la stessa che ha riportato in vita il Teatro La Fenice, restaurato il Ponte di Rialto e le Procuratie Nuove.

«Non sono superstizioso», ci aveva raccontato allora l’amministratore delegato Mario Massimo Cherido, ammettendo però di aver controllato che fine avesse fatto il restauratore che, all’inizio del Novecento, aveva messo mano al palazzo.
“È morto serenamente a 95 anni – aveva chiuso con ironia -. Ho pensato fosse una buona età”.
Oggi la facciata che Monet ha dipinto e che Ruskin ha celebrato ne Le pietre di Venezia è stata consolidata, ripulita, messa in sicurezza. Il palazzo pende ancora, ma non fa più paura agli ingegneri.
L’anagramma che ha fatto la storia
A rendere immortale la leggenda è anche una frase scolpita sulla facciata: Urbis Genio Ioannis Darius, dedicata al committente Giovanni Dario.
Nei secoli, i veneziani l’hanno trasformata in un presagio perfetto: Sub Ruina Insidiosa Genero. “Io genero solo un’insidiosa rovina”.
Un anagramma diventato condanna simbolica.
Quando i fatti smontano il mito
Come ha ricordato più volte lo storico Davide Busato, molte delle presunte vittime di Ca’ Dario appartengono più alla narrazione che alla realtà.
Giovanni Dario morì ottantenne. La figlia Marietta non si spense per dissesti economici. Rawdon Brown non si suicidò. Christopher Lambert non morì per propria mano. Fabrizio Ferrari non conobbe alcun crack finanziario.
La maledizione, insomma, è più letteraria che storica. Ma forse è proprio questo il suo segreto.
Consuelo Terrin





