Venezia omaggia Tintoretto con due mostre

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Nella foto in alto: Il Doge Alvise Mocenigo e la sua famiglia davanti alla Madonna col bambino, 1575 ca

I suoi biografi scrivono che era talmente bravo e talentuoso che quando, appena dodicenne, andò a bottega da Tiziano, il grande maestro ne fu così geloso da cacciarlo via poco dopo. Jacopo Robusti, detto Tintoretto (per via del mestiere del padre “tintore” di tessuti a Venezia), inizia così la sua straordinaria carriera di artista.

Il Doge Alvise Mocenigo presentato al Redentore, 1571-1574

E proprio Venezia, la sua città, ne onora il cinquecentenario della nascita con una grande mostra nelle due sedi prestigiose delle Gallerie dell’Accademia e di Palazzo Ducale, dove ammirare rispettivamente, fino al 6 gennaio 2019, il percorso artistico de “Il giovane Tintoretto” e i lavori della maturità fino alla morte in “Tintoretto, 1519-1594”. Ma è la città tutta che diventa esposizione diffusa, viste le innumerevoli opere che costellano palazzi e chiese.

Susanna e i vecchioni, 1555 ca

Una mostra, nata da un’idea di Gabriella Belli, direttore della Fondazione Musei Civici di Venezia, che è riuscita a mettere assieme gli sforzi di oltre sessanta musei e biblioteche e collezioni di privati di Europa e di Stati Uniti, come il Prado di Madrid o il Kunsthistorisches Museum di Vienna e, soprattutto, la National Gallery of Art di Washington, che l’anno prossimo, dal 10 marzo al 7 luglio, ospiterà le esposizioni riunite di Palazzo Ducale e dell’Accademia nella mostra “Tintoretto. Artist of Renaissance Venice”.

Sant’Agostino risana gli sciancati, 1549-1550 ca

Tintoretto è un artista diverso da ogni altro. Grande sfidante di Tiziano, di cui assorbì agli inizi lo stile, fino ad elaborarne uno proprio, suggellato nel suo capolavoro del 1548 “Il miracolo dello schiavo”. È qui che si affranca finalmente dall’influenza del Maestro, con il quale si contenderà per tutta la vita le commissioni di nobili e alti prelati che arrivavano in città. E lo fa con una politica spregiudicata, un marketing aggressivo diremmo ai nostri tempi, mercanteggiando da bravo veneziano oppure inserendosi con prezzi bassi, per essere sicuro di aggiudicarsi l’ordinativo, o addirittura gratuitamente. Che l’artista sapesse disegnare, lo si vede bene nei bozzetti esposti a Palazzo Ducale, dove riprende figure dalla muscolatura michelangiolesca, tanto da far dire ai suoi primi biografi che la sua arte era “Colorito di Tiziano, disegno di Michelangelo“. Ma è nel segno la sua caratteristica. Il suo pennello era un fulmine. “Non credo che gli servissero più di dieci minuti per dipingere una figura intera” disse di lui nel 1845 John Ruskin, pittore e critico d’arte inglese.

Nozze di Bacco e Arianna, 1578

La sua ambizione artistica tocca l’apice con il dipinto “Il Paradiso” nella Sala dello scrutinio di Palazzo Ducale, la tela di 22 metri per 7 più grande al mondo di quel tempo, finita nel 1592 con l’aiuto del figlio Domenico. Jacopo Robusti muore nel 1594 e viene sepolto accanto alla figlia Marietta nella Chiesa della Madonna dell’Orto. Viene emulato da El Greco, Rubens e Velasquez solo a citarne alcuni. A distanza di cinque secoli, la sua arte continua a stupire per la modernità che ritroviamo nelle sue pieghe. Non per niente Henry James, scrittore e critico letterario americano, scrisse di lui “E’ il più grande artista che abbia preso in mano un pennello”.

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