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SUONI USA PER “TOSI DE CAMPAGNA”

SUONI USA PER “TOSI DE CAMPAGNA”

I Rumatera trovano a Los Angeles la nuova chitarrista e raccontano sul web l’avventura dell’”Italian dream”


Normalmente, quando una band perde un elemento mette in giro la voce che sta cercando un sostituto o magari pubblica un annuncio su qualche sito di settore. Ma i Rumatera, alfieri del sound dei “tosi de campagna” (inteso come quello di chi ha mantenuto una mentalità ed uno stile sincero e non condizionato da quello dominante), non possono essere certamente considerati una band “normale”. Così i tre Rumatera “superstiti” (Bullo, Gosso e Sciukka) il nuovo chitarrista sono andati a cercarlo addirittura a Los Angeles. «Quando l’altro chitarrista, Rocky Gio, ha deciso di lasciare il gruppo – spiega Daniele “Bullo” Russo – abbiamo perso non solo un musicista, ma una parte davvero importante della band. Noi, comunque, volevamo continuare a suonare e quindi dovevamo cercare un sostituto. Ma, se lo avessimo cercato in zona, sarebbe stato sempre una “seconda scelta” e invece ci voleva qualcuno che in qualche modo cambiasse le cose, portasse una ventata di novità. A quel punto ci siamo detti: perché non andare proprio alla fonte della musica che abbiamo sempre amato e ascoltato, ovvero a Los Angeles? E, tanto per “complicarci la vita”, ci siamo trasferiti per tre mesi in California alla ricerca del nuovo chitarrista».
Ma, tanto appunto per “complicarsi” la vita, questa ricerca è diventata addirittura una web series dal titolo “The Italian dream”. «In effetti, siccome era tutto ancora troppo facile e non bastava prendere un aereo, stare qualche tempo a Los Angeles e guardarsi attorno, abbiamo deciso di rendere tutto ancora più complesso. A parte gli scherzi, ci pareva una buona idea riuscire a documentare questa avventura, anche per rimanere in contatto con i ragazzi che ci seguono qui in zona e raccontare loro tutto quello che ci stava succedendo. Un documentario però ci pareva un po’ troppo noioso e non nel nostro stile. Allora, abbiamo cercato di realizzare qualcosa di più particolare, organizzando questa competizione, questo talent, ed è stata davvero una bella esperienza. Abbiamo lavorato con Andrea Giacomini, detto Giaco, un regista che da moltissimo tempo vive negli Stati Uniti e che ha lavorato con gente tipo Vasco, Ramazzotti, Valentino Rossi e conosce veramente la città in maniera dettagliata. Quindi ci ha fatto conoscere un sacco di location particolari ed è stato naturalmente molto interessante per noi anche da questo punto di vista».
Ma quale era l’identikit ideale del nuovo chitarrista dei Rumatera? «All’inizio, nelle prime puntate, si conoscono i candidati, facciamo dei provini e, quando possibile, andiamo a vederli suonare dal vivo per renderci conto delle loro capacità, che, di fatto, era la cosa più importante. Una volta fatta la scrematura, i “finalisti” hanno dovuto però superare alcune prove per dimostrarci, e dimostrare soprattutto a se stessi, che sarebbero stati in grado di sopravvivere qui da noi in Italia. Una delle prove, ad esempio, era quella di preparare un piatto di pasta. Uno non può venire in Italia senza essere in grado di preparare una pastasciutta. Metti che, dopo un concerto, torni a casa con i “fioi” e tutti hanno fame, bisogna sapersi destreggiare. Oppure, il candidato doveva saper preparare uno spritz, perché venire per quattro mesi in Veneto senza saper preparare uno spritz proprio non esiste. Bisogna dire che in queste “prove pratiche” si è visto davvero di tutto e soprattutto nella prova della pasta sono stati usati degli ingredienti diciamo non troppo ortodossi: quello è stato probabilmente il momento più problematico, visto che abbiamo dovuto anche assaggiare quello che avevano preparato. Devo dire che i candidati si sono mostrati tutti molto entusiasti. Gli americani sono molto competitivi e ci tengono quindi a fare bella figura. Magari, a volte, c’era un po’ di imbarazzo nell’affrontare cose per loro del tutto nuove, però loro si “buttano” senza stare li a pensarci e, se pensano che nella pasta ci va il ketchup, lo usano senza star lì a pensarci troppo».
Se, per una band italiana, andare a cercare un chitarrista americano è ovviamente un sogno, qual è stata la reazione di questi musicisti di Los Angeles alla proposta di mollare tutto e venire a suonare in Riviera del Brenta? «La loro reazione era in effetti la grossa incognita che avevamo quando abbiamo messo in moto il progetto. Non a caso, il talent si chiama “The Italian Dream”, perché la proposta era un po’ l’opposto di quello che ci si potrebbe aspettare: invece di andare noi in America a realizzare i nostri sogni musicali di “rock’n’roll”, abbiamo invitato uno di loro a venire qua a fare dei bei concerti con noi. Ovviamente, a tutti i candidati era stato spiegato quello che cercavamo ed era stata fatta una prima selezione in tal senso. Naturalmente, c’è gente che lì si è fatta la propria vita, magari ha famiglia o un lavoro, per cui non può pensare di mollare tutto e venire quattro mesi qui con noi a fare il tour estivo. Però, tutti quelli a cui abbiamo mostrato i nostri concerti e le situazioni in cui si sarebbero trovati a suonare sono rimasti molto colpiti e certamente desiderosi di approfittare di questa opportunità».
Ovviamente cercavate qualcuno che avesse una forte personalità e sicuramente occasioni particolari non sono mancate… «Rockin Roy, che è il protagonista del quarto episodio, con la sua incredibile automobile, è stato senz’altro il personaggio più particolare. Certamente, uno dei chitarristi che ci era piaciuto di più. Ma, purtroppo, aveva altri impegni e non era disponibile. Un altro episodio incredibile è successo alle audizioni. Roberto Croci, detto “The Beast”, un giornalista che da moltissimi anni vive a Los Angeles, era stato invitato dal nostro regista senza che noi sapessimo nulla e ha fatto finta di essere americano: noi ci siamo cascati in pieno come degli allocchi e alla fine si è messo a salutare i suoi amici in Italia».
Dopo una serrata competizione, alla fine sono rimaste in gara due ragazze: alla fine, l’ha spuntata Jen, di San Diego che, oltre ad aver preparato un’impeccabile pasta e un ottimo spritz, ha convinto i Rumatera per la disponibilità nell’affrontare questa avventura e la grande attitudine punk che sa esprimere sul palco, che si integra perfettamente con lo spirito della band.