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Non solo schizzi: a Badoere il disegno diventa anima. E sfida l’era dell’IA

Non solo schizzi: a Badoere il disegno diventa anima. E sfida l’era dell’IA

Dai fogli settecenteschi agli inediti di Carlo Scarpa, la mostra “Tracce del Pensiero e del Pensare” trasforma il disegno in un atto vivo: non  tecnica, ma cuore, visione e identità contro il rischio dell’omologazione digitale

Tra i portici semicircolari della Rotonda di Badoere delimitata da ampie barchesse settecentesche, sulle antiche pietre dell’ex Oratorio di Sant’Antonio, fogli e schizzi prendono vita.
Non si tratta di disegni qualsiasi: in questo piccolo centro del trevigiano in cui lo spazio stesso dialoga con le opere, bozzetti settecenteschi, fogli contemporanei, fino ad alcuni inediti giovanili di Carlo Scarpa, trasformano un tema apparentemente di nicchia in qualcosa che parla a tutti superando i confini locali.
Tracce del Pensiero e del Pensare, la mostra curata dall’architetto Federico Burbello e dal docente d’arte Raffaello Padovan, mette infatti in luce il disegno non solo come oggetto autonomo rispetto al progetto ma soprattutto come atto di pensiero che attraversa epoche e contesti, riuscendo così a toccare anche un tema centrale e attuale come il valore del disegno nell’epoca digitale.

“Il disegno ha una grande importanza nella formazione di un architetto: serve per elaborare il pensiero e questo accade anche nell’era digitale, dove i programmi, e anche l’intelligenza artificiale, sono degli strumenti utili, certo – ammette Padovan -ma siamo sempre noi che decidiamo quanto sono creativi perché è la mente umana a guidarli affinché ne concretizzino il pensiero”.

Il momento in cui nasce l’opera

Se “disegnare e progettare crea nei fogli un palinsesto di strati di pensieri che si sovrappongono”, resta comunque un momento di discrimine che fa di un disegno un oggetto autonomo.
“San Francesco diceva che l’operaio usa la mano, l’artigiano la mano e la mente, l’artista la mano, la mente e il cuore -spiega Federico Burbello -E’ questo che la differenza anche per l’artista: un disegno smette di essere strumento e diventa opera nel momento in cui va oltre alla mano e alla mente arrivando al cuore”.
Ed è questo che i due curatori hanno cercato nei disegni esposti dal 10 al 26 aprile a Badoere.

L’intuizione negli occhi, l’anima nel segno

Tra questi alcuni sono anche “tecnici”, tutti hanno in comune l’architettura, anche quando riguardano scenografie teatrali, ma soprattutto sono caratterizzati da ciò che solo il “cuore” può portare: la passione, i sentimenti, l’intuizione e la sensibilità, ciò che trasmette l’anima a un’opera.
Ed è allora che un disegno diventa “oggetto autonomo”, perdendo la funzionalità per la quale è nato e diventando vitale, fine a se stesso, opera appunto.
Bisogna avere le seste negli occhi”, diceva Michelangelo Buonarotti, che con la sua visione liberava il “cuore” del marmo -aggiunge l’architetto Burbello – Questo sono riusciti a fare anche gli autori dei disegni esposti”.

Aldo Rossi e Carlo Scarpa

Tra loro, anche due grandi nomi: quello di Aldo Rossi e di Carlo Scarpa, del quale l’esposizione presenta alcuni inediti giovanili.
Scarpa nel 1978 doveva fare una mostra a San Leonardo, a Treviso -spiegano i due curatori – E per l’occasione aveva fatto una selezione di alcuni disegni scartandone altri dicendo che li si poteva buttar via. Nessuno ha osato farlo e oggi sono qui, in mostra e ci riconsegnano il clima di quegli anni, la chiave della sua formazione”.
Tra le opere, però, non mancano incisioni e anche fogli del Settecento, regalando una rassegna inusuale di materiali molto distanti nel tempo.

 

Quando il progetto diventa pensiero: il ruolo del disegno

“Potrebbero essere anche di più, come avevamo pensato all’inizio di questo percorso, che ci riporta addirittura al periodo ante Covid – racconta Raffaello Padovan – Diciamo che questa mostra è un invito, un piccolo input in espansione per stimolare una riflessione sull’argomento”.
Perché, oggi, è necessario parlare di disegno quando artisti e architetti hanno a disposizione ogni mezzo?
“Con un programma e un computer si fa presto, si realizza una casa standard -sottolinea Burbello – Ma l’architettura non è solo questo. Certo, si scontra con la realtà della committenza, dei costi e della burocrazia. Con il rischio dell’omologazione, quando invece anche solo ogni luogo e ogni materiale vanno interpretati, perché una casa dello stesso tipo non può stare ovunque. La domanda, quindi, resta la stessa: cosa vogliamo fare e dove vogliamo vivere?”.

Ciò che rende stupendi anche i segni imperfetti

La strada, si può trovare ritornando al “ruolo dei grandi maestri”, di coloro che hanno saputo dare un’anima alle loro creazioni.
“Credo che l’abbia detto nel modo più chiaro possibile Arturo Martini” , dice ancora Burbello citando il maestro :”Bel segno o brutto segno, questo non conta. L’importante è far sentire, come nei bruttissimi disegni del Cézanne, che ogni segno è assolto da uno scopo di ricerca e che ogni deformazione è la conseguenza logica del discorso che vuole rivelare e, infine, ogni correzione (se c’è) risulta necessaria e giustificata; e allora questi bruttissimi disegni diventano stupendi”.
Perché in quei “bruttissimi disegni” c’è l’uomo.

Consuelo Terrin

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