Il rapporto Confcommercio fotografa una trasformazione profonda delle città e lancia l’allarme: è in corso una vera “desertificazione commerciale”
Le prime a sparire sono state le edicole. Poi i negozi di abbigliamento e calzature, quelli di mobili e ferramenta, di giocattoli.
Le città cambiano volto.
Sempre meno negozi di prossimità, sempre più ristoranti, gastronomie e alloggi turistici.
Sono ben 156 mila i negozi e le attività ambulanti che hanno chiuso in Italia negli ultimi 13 anni.
Compriamo sempre più online (nell’ultimo decennio l’e-commerce ha registrato un aumento del +98,4%, passando dai 31 miliardi di euro del 2025 ai 62 miliardi del 2025), andiamo nei grandi supermercati, ci dirigiamo nei centri commerciali.
Sotto casa, nel frattempo, si abbassano le saracinesche di punti vendita che a lungo, nelle storie delle nostre città, sono stati anche punti di riferimento, di incontro e confronto.
La nuova fotografia dell’Italia del Commercio 2025 emerge dal rapporto “Città e demografia d’impresa“ condotto da Confcommercio su 122 città italiane, tra cui 107 capoluoghi di provincia e 15 tra i comuni con maggior numero di residenti.

La desertificazione commerciale
L’analisi di Confcommercio è impietosa: siamo alla desertificazione commerciale.
Costante, inarrestabile.
Soprattutto nelle città del Nord Italia, dove sono più numerosi i negozi andati a chiusura, anche se in parte sostituiti spesso da iniziative commerciali di imprese straniere, cresciute, dal 2012 al 2025, di 134 mila unità e arrivate a offrire 194 mila posti di lavoro.
“La desertificazione commerciale è diventata un’emergenza che penalizza le aree urbane, con meno servizi e meno sicurezza – ha commentato il presidente di Confcommercio Carlo Sangalli -. Va avviato il nostro progetto Cities con i sindaci su tre priorità: disciplinare l’offerta commerciale nei centri storici, riutilizzo immediato dei locali sfitti, coniugare sviluppo economico e urbanistica”.
Una nuova geografia urbana
Presentato oggi (12 marzo ndr) nella sede nazionale di Confcommercio di Roma, il rapporto espone i dati regione per regione, indicando in comuni come Belluno, Vercelli, Trieste e Alessandria quelli che hanno perso il maggior numero di negozi (33%) e in città del Sud come Crotone e Olbia quelli in cui c’è maggiore resilienza.
Se si ragiona invece per settori merceologici persi, le cose cambiano poco.
-51,9% edicole, – 36, 9 negozi di abbigliamento e calzature, -35,9% di mobili e ferramenta, – 32,6 di giocattoli e libri, -29,7 le attività di commercio ambulante, -18,8% quelle di profumerie, gioiellerie, fiorerie. E via di percentuale.

Per contro, gli alloggi turistici sono saliti del 184,4% (e gli alberghi scesi del 9,2%), i ristoranti del 35%, le rosticcerie, gelaterie e pasticcerie del 14,4%.
Nei centri storici del Sud, precisa il rapporto, “i B&B sono quasi quadruplicati dal 2012.
Cambiano i tempi e le città un po’ alla volta muoiono. O si trasformano.
Le soluzioni
Si può in qualche modo invertire la rotta?
Confcommercio alcune soluzioni, fatte convergere nel “Progetto Cities”, le ha individuate.
Tra queste, intervenire sulle autorizzazioni dell’offerta commerciale nelle aree sensibili utilizzando “con una visione strategica il Decreto SCIA 2 e la Legge concorrenza 2022, che già consentono ai Comuni di subordinare ad autorizzazione o vietare l’insediamento di merceologie “incongrue” nei Centri Storici e nelle aree a vocazione commerciale -si legge nel report -. È un processo finalizzato a tutelare la diversità urbana nell’interesse dei residenti, che tutti i Comuni possono intraprendere”.
Ma anche “gestire attivamente i locali sfitti” creando dei Distretti del Commercio, creare delle “alleanze tra proprietà e imprenditori per favorire il mercato delle locazioni, “riconoscere le imprese di prossimità come attori del governo urbano”, “favorire il raccordo tra gli strumenti di pianificazione urbanistica e la programmazione commerciale” e “costruire un Osservatorio permanente sul tessuto economico urbano integrando le fonti amministrative tradizionali con fonti innovative sui flussi pedonali nelle vie del commercio, per orientare gli investimenti pubblici dove servono realmente e rendicontarne l’utilizzo”.
Consuelo Terrin



