Il relitto ritrovato nel Mar Ionio, all’altezza di Gallipoli, forse trasportava Garum, la salsa più amata -e odiata- del tempo
Sul Mar Ionio, a poche miglia dalle coste pugliesi, la Guardia di Finanza ha scoperto l’esistenza di una grande nave romana, adagiata sul fondo da quasi 1.600 anni.
L’operazione è frutto del lavoro del reparto operativo aeronavale di Bari, della Sezione di Gallipoli e del II Nucleo sommozzatori di Taranto, che durante controlli di routine hanno individuato i resti del relitto grazie a strumenti all’avanguardia.
La nave, probabilmente del IV secolo d.C., custodisce ancora circa 200 anfore: un vero scrigno sommerso che racconta i segreti del commercio romano.
La scoperta risale a giugno 2025, ma per mesi è rimasta sotto silenzio, sorvegliata e protetta, per evitare saccheggi e preparare nel modo migliore gli studi archeologici.
Ora, nell’area sorvegliata, la Soprintendenza di Brindisi, Lecce e Taranto prepara uno scavo subacqueo da 780.000 euro, tra ricognizioni sistematiche e nuove tecnologie che promettono di riscrivere un pezzo di storia del Mediterraneo.
La domanda che circola tra gli archeologi è una sola: cosa trasportava quella nave tardo-imperiale del IV secolo?
La risposta più affascinante è che le 200 anfore custodissero garum.

Una rotta che sa di pesce, sale, sole e fermentazione
La posizione non sarebbe infatti casuale.
Gallipoli, Otranto, Brindisi e il golfo di Taranto erano nodi fondamentali della produzione e del commercio del garum nel tardo impero.
Le fabbriche costiere – le celebri cetariae – ribollivano di pesce in fermentazione, e da qui partivano navi dirette in Epiro, in Grecia, nel Mediterraneo orientale.
Le anfore trovate assomigliano a quelle tipiche del trasporto delle salse di pesce: le Dressel 7-11 o le Beltrán I/II, le stesse che hanno raccontato la storia di altri relitti carichi di questo amato prodotto.
Non c’è ancora la conferma ufficiale, ma le probabilità fanno sorridere gli archeologi: quando trovi duecento anfore su una rotta del garum, la statistica ti guarda e ammicca.
Garum: la salsa che conquistò Roma
Il garum è una salsa che ai tempi era molto apprezzata ed era ottenuta lasciando fermentare al sole interiora di pesce, sale e, a volte, erbe aromatiche.
L’odore fortissimo riusciva a dividere il popolo tra fanatici e detrattori.
Per i più, questa salsa ricca di glutammato naturale trasformava qualsiasi piatto mediocre in un capolavoro.
Vien da crederci, se si considera che il “garum sociorum” spagnolo costava quanto un servo.
Ma non veniva utilizzato solo in cucina.
Medici come Galeno lo prescrivevano contro afte, febbri e perfino morsi di animali.
Era afrodisiaco, medicinale, status symbol. Una salsa invincibile.
Che però a qualcuno faceva vedere i romani come schiavi del palato.
“Garum, quella salsa prodotta dalla putredine dei pesci… io la detesto”, scriveva infatti Seneca nella Lettera 95 delle Epistulae Morales ad Lucilium.
Per lui quella salsa di origini fenicie era l’emblema della decadenza: la trovava disgustosa, nauseante, moralmente corrotta.

Tutt’altro pensava e divulgava Petronio, che nella Cena di Trimalcione descrive il Garum come il tocco magico della gastronomia imperiale.
Una nave, mille storie: perché quel relitto è così importante
Se le anfore confermeranno la presenza di garum, il relitto diventerà una miniera di informazioni.
Potrà dirci quali città del Sud Italia esportavano salse di pesce nel IV secolo, quali qualità venivano prodotte, quale livello di ricchezza ruotasse attorno a questo condimento e persino i nomi dei produttori, grazie a eventuali iscrizioni o residui organici.
Gli archeologi cercheranno cristalli salini, piccole lische rimaste intrappolate negli interstizi, tracce di DNA del pesce, e magari tituli picti, scritte magari come “garum optimo”, “di ottima qualità”.
Se quelle anfore confermeranno l’ipotesi al momento più accreditata, dal fondo del mare risalirà non solo un carico perduto, ma un profumo antico che per secoli ha unito popoli, cucine e rotte commerciali.



