Dieci anni di stipendi bloccati: un giovane italiano prende l’80% in meno di quanto guadagna un pari tedesco
Lavori di più, guadagni meno.
Il paradosso è reale e riguarda tutti gli italiani, il cui potere d’acquisto è oggi decisamente inferiore rispetto a 10 anni fa.
Lo aveva evidenziato l’Ocse, sottolineando che, a inizio 2025, i salari in Italia erano ancora inferiori del -7,5% rispetto a inizio 2021. E lo ribadisce, adesso, l’ultimo dossier pubblicato dal Consiglio di indirizzo e vigilanza dell’Inps.
Lo stesso governatore della Banca d’Italia, Fabio Panetta, ha reso noto il differenziale di guadagno di un giovane laureato italiano rispetto a un collega tedesco o francese, con un gap rispettivamente dell’80% (in meno) nel primo caso e del 30% (in meno) nel secondo.
Un dato che si commenta da solo.
I salari che non tengono il passo dell’inflazione
Negli ultimi 10 anni si è cumulata in Italia un’inflazione pari a circa il +20%.
Nello stesso periodo, l’aumento delle retribuzioni medie è stato al contrario decisamente meno dinamico, non consentendo un recupero dei rincari dei prezzi.
I dati del Civ dell’Inps indicano infatti un +14,7% per i salari dei dipendenti del settore privato, passati da una media annua di 21.345 euro del 2014 ai 24.486 del 2024.
La crescita nel pubblico è stata ancor più contenuta: +11,7%, portando il salario medio percepito in 12 mesi da un dipendente da 31.646 a 35.350 euro.

Le differenze territoriali
A rendere ancor più delicata la situazione, il fatto che, in Italia, continuano a essere marcate le differenze tra le diverse macroaree.
Non solo tra Nord e Sud.
Nel privato, la forbice va dalla retribuzione media di 28.852 euro a Nord-Ovest a quella di 17.898 nelle isole, passando per i 25.723 euro del Nord-Est, i 23.850 del Centro e i 18.254 del Sud.
Anche in una realtà come il Veneto non mancano le criticità.
Per esempio, la Cna di Oderzo, nel Trevigiano, sottolinea come 1 famiglia su 10 del territorio di riferimento viva in condizioni di povertà o fragilità economica, mettendo sotto pressione anche l’artigianato.
Ed è impietoso il confronto con l’estero, dove la media è di 74.254 euro.
Il peso della produttività del lavoro e il tema contrattuale
Tra i fattori che contribuiscono a determinare questa tendenza, il principale è la produttività del lavoro che, si sottolinea, è influenzata nel nostro Paese da fattori strutturali, come la composizione settoriale e la bassa innovazione tecnologica, lasciando ampi margini di miglioramento per quanto riguarda burocrazia e infrastrutture.
A incidere positivamente sulla ripresa delle retribuzioni reali dell’ultimo biennio, rimarca l’Inps, è invece il combinato disposto della frenata dell’inflazione e della stipula dei rinnovi contrattuali, attesi da tempo. Proprio a questo riguardo, commentando di dati, i sindacati confederali hanno puntato sulla revisione di alcuni meccanismi della contrattazione come strada da percorrere per migliorare le cose.
I settori economici più dinamici dal punto di vista dell’occupazione
Un ulteriore aspetto approfondito dal Civ dell’Inps è infine la composizione dell’occupazione tra i vari settori economici, aspetto che incide sulla produttività. In questo senso, tra il 2014 e il 2024 si è assistito a uno spostamento dei lavoratori verso il settore dei servizi, escluso il solo commercio, che ha perso un punto percentuale nell’incidenza sul totale.
L’industria, pur aumentando nel decennio gli addetti da 3,95 a 4,33 milioni, è passata così a rappresentare il 24,5% dei dipendenti totali contro il 28,1% del 2014.
Alberto Minazzi



