Le tavolette provenienti dagli ulivi tagliati, grazie a una tecnica antica diventano immagini sacre che evocano fuga, esilio e speranza. Un progetto solidale che intreccia storia, fede e arte
Dal legno ferito degli ulivi di Taybeh, la brutalità della guerra diventa arte sacra: la fuga della Sacra Famiglia, la memoria dei villaggi cristiani palestinesi, il peso della storia che si ripete, si fondono in ogni strato di tempera all’uovo e pigmenti.
Fabio Favaretto, un artista veneto, dà voce così alla cruda realtà del popolo palestinese.
Il suo ultimo progetto porta il titolo “Dalla brutalità alla bellezza” ed è nato dalla visione, in un documentario, di un’immagine fragile e potente come quella di una donna sul mulo con il bambino e un uomo, poco indietro, che porta le poche cose rimaste.
“Mi ha colpito molto – racconta – Vi ho visto la stessa scena della fuga in Egitto 2000 anni dopo“.
Due millenni di storia che si incontrano ora su tavole di legno d’ulivo.
Quello dei tanti alberi abbattuti nei villaggi palestinesi dai coloni israeliani e utilizzato ora per realizzare icone che riprendono l’episodio della fuga della Sacra Famiglia, che la tradizione vuole sia passata per Gaza.
Dal villaggio di Taybeh a Marghera, dove l’arte solidale prende forma
“Il progetto “Dalla brutalità alla bellezza” è stato ideato assieme a don Nandino Capovilla, parroco della Chiesa della Resurrezione di Marghera, molto attivo nella comunità veneziana come anche con la Terra Santa – spiega Fabio Favaretto -. Ci siamo interrogati su cosa si potesse fare per aiutare gli abitanti di Taybeh, in Cisgiordania, a una ventina di km da Gerusalemme, l’ultimo e unico villaggio interamente cristiano della Palestina. Grazie ai contatti di don Nandino, siamo riusciti a farci mandare delle tavolette di legno d’ulivo che sono la base per la realizzazione delle mie opere”.

Come un fiume in piena, Fabio Favaretto parla con entusiasmo di questa iniziativa solidale nei confronti di tante persone che, come accadeva un tempo, stanno subendo nel presente pesanti crimini di guerra e faticano a sopravvivere.
I suoi lavori, che si possono ammirare nella Chiesa della Resurrezione, non hanno un prezzo: si fa un’offerta, partendo da una base di 50 euro, e quanto raccolto viene inviato alla comunità di Taybeh.
“Le icone mi hanno sempre attratto con il loro potere mistico – sottolinea Fabio Favaretto -, riescono a diffondere un’energia percettibile, drammatica e allo stesso tempo di speranza e amore. Una passione che ho fin da piccolo e che mi ha portato a realizzarle”.

La forza del messaggio iconografico
“I miei lavori possono prendere vita o da episodi dei vangeli cui mi sento legato e che esploro con la meditazione che richiede la scrittura delle icone o su commissioni private – continua Fabio Favaretto –. Dal primo momento in cui mi ci sono avvicinato, sono rimasto affascinato dall’iconografia etiope, molto diversa da quella cui siamo abituati per la sua immediatezza, il suo lato più naif: è meno ieratica e molto legata a Venezia grazie al frate veneziano Niccolò Brancaleon che lavorò parecchi anni in Etiopia, tra i primi a sviluppare il Cristianesimo nel mondo”.
Un’opera alla quale l’artista è particolarmente legato è Preghiera nel giardino Getsemani perché, come lui stesso dice, è un momento nella vita di Gesù in cui c’è chi lo abbandona, lo tradisce, lo rinnega e altri gli danno la caccia e Dio sembra muto; è timoroso per quello che succederà ma sa che è già scritto, quindi inevitabile.
“Sono legato a questo episodio dei vangeli perché tutti noi viviamo momenti di angoscia, spavento e timore, allora cerco di ricordarmi di Gesù nel Getsemani e mi dà forza”.

Una tecnica di lavoro laboriosa che trasforma il legno d’ulivo in opera d’arte
Fabio Favaretto realizza le sue opere seguendo la tecnica tradizionale ortodossa della scrittura di icone, un metodo antico che unisce precisione, meditazione e spiritualità.
Ogni tavola diventa così un rito.
“Il processo di scrittura parte incollando una tela alla tavola, sulla quale vengono sparsi sette strati di gesso. Si inizia poi a scrivere con pigmenti e una base fatta con il rosso dell’uovo, vino ed essenza di lavanda – spiega l’artista -.Ogni materiale e passaggio ha un simbolismo teologico, nulla è lasciato al caso. E’ una tecnica molto antica che oramai viene usata quasi esclusivamente dagli iconografi”.
Si tratta di una tecnica che richiede pazienza e dedizione estrema. Proprio per questo, ogni icona diventa un gesto prezioso e irripetibile che non solo dà voce alla memoria ma anche alla preghiera.

Chi è Fabio Favaretto
“Ho studiato e appreso la tecnica tradizionale ortodossa della scrittura di icone nel 2001 con Giovanni Mezzalira, maestro iconografo di Bressanvido, in provincia di Vicenza – spiega Fabio Favaretto – Successivamente mi sono appassionato allo stile copto etiope, anch’esso con profonde radici legate all’arte iconografica veneziana, grazie all’opera di Niccolò Brancaleon, un frate di Murano arrivato in Etiopia dopo la metà del ‘400 dove è rimasto per oltre una quarantina di anni lasciando un’impronta indelebile nella storia artistica di quel Paese”.
L’artista, classe 1974, su dedica anche alla legatoria giapponese e al restauro di stampe, alla produzione di carta fatta a mano, alla stampa con caratteri mobili e all’incisione, che ha studiato con il pittore e incisore Mario Guadagnino.
Nel 2004 ha tenuto una mostra personale a Mosca.
Silvia Bolognini



