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AMERICA, TERRA “SERENISSIMA”

Colombo? Macché! Il Nuovo Mondo l’avrebbero scoperto i veneziani fratelli Zen

Nessuno dei suoi libri, di partenza, voleva parlare di Venezia, ma tutti finiscono per farlo. È un particolare, questo, che racconta bene il legame profondo, e indissolubile, tra lo scrittore giornalista Andrea di Robilant, 59 anni il 13 febbraio, romano di nascita, e la sua città “d’adozione”, Venezia, che porta sempre nel cuore.
Come quando, alla biblioteca “Marciana”, per tutt’altre ricerche, si imbatté nella storia dei fratelli Zen. «Non li conoscevo – racconta oggi – non sapevo chi fossero, quando vidi entrare, in biblioteca, uno dei tanti turisti americani, che scendono dalle crociere. Braghette corte, cappellino e tenuta semi balneare, teneva in mano un fogliettino e mi confidò di essere arrivato fin lì come una sorta di pellegrinaggio. Scoprì così che alla Marciana è conservato l’originale della mappa di Zeno, pubblicata per la prima volta a Venezia, nel 1558. Il turista, poi, voleva indicazioni per andare a fotografare davanti a Palazzo Zen. Gli diedi tutte le indicazioni necessarie, dopo una ricerca approfondita. Qualche giorno dopo, passeggiando per Venezia, vidi, in fondamenta Santa Caterina, un’altra lapide, all’ingresso di un palazzo storico, che riportava dei fratelli Zen. A quel punto mi incuriosì la storia e decisi di andarne a fondo».
È nato così il suo libro “Irresistibile Nord” (pubblicato nel 2011) che ripercorre la storia di due mercanti veneziani, i fratelli Zeno (traduzione italiana del cognome veneziano Zen) che, attorno all’anno 1390 (quattordicesimo secolo), navigarono impegnandosi nell’esplorazione del Nord Atlantico e dei mari artici fino a raggiungere e scoprire l’America ben prima di Cristoforo Colombo nel 1492. Una ricostruzione, quella della mappa di Zeno, tendente ad attribuire alla Serenissima la scoperta dell’America prima di Colombo.
Versione storica da molti considerata un falso. Anche se Di Robilant non si scompone davanti ai dubbi di veridicità del documento. «Io ho voluto semplicemente raccontare, in questo libro, di questa mappa che, piaccia o no, ha avuto implicazioni importantissime nella vita della città di Venezia e anche nella politica di espansione inglese e della regina Elisabetta. È una mappa che, per alcune cose, contiene delle intuizioni molto avanzate per l’epoca. Per altre informazioni presenta anche degli errori grossolani, che sono state, strada facendo, corrette. Nel libro non mi schiero a favore di nessuna tesi, mettendo in evidenza anche le critiche sulla veridicità».
Da dove è spuntata questa “mitica” cartina? «Venne pubblicata, per la prima volta, da Nicolò Zeno, un pronipote dei due mercanti veneziani, che spiegò di averla ritrovata, insieme ad alcune lettere, in un magazzino di una loro casa a Venezia».
Personalmente, dopo averla così attentamente studiata, che idea si è fatto della cartina? «La trovo assolutamente verosimile. Ripeto: contiene anche degli errori, inevitabili per l’epoca. Ma ci sono anche degli elementi correttissimi, che hanno costituito dei caposaldi per l’epoca».
Lo scrittore giornalista, poi, ha anche un altro elemento che vuole mettere in campo. «Molte critiche evidentemente sono state espresse perché non ci si è fermati ad analizzare a fondo la figura del personaggio Nicolò Zeno. Era un uomo tutto d’un pezzo, di spicco della Repubblica di Venezia, considerata un’autorità per tutti, stimata per le sue competenze. Non avrebbe avuto nessun senso, per lui, pubblicare una bufala e rovinarsi la fama. Per una mappa, non avrebbe avuto ragioni per bluffare, né aveva bisogno di gloria e notorietà».
La storia dei fratelli Zen lascia qualche insegnamento anche ai nostri giorni? «La circolarità della storia, che è fatta a strati. Ha tanti livelli e significati da esplorare, non uno solo».
Veniamo a Venezia: torna spesso nei suoi libri… «Tutti i libri parlano di lei, ma nessuno dei miei libri è nato per parlare di Venezia».
Ci torna spesso? «La mia testa lavorativa è in America, nel senso che la mia casa editrice di riferimento è americana. Ma il mio cuore a Venezia. In realtà vivo a Roma, ma in laguna ci torno almeno una volta al mese. Abbiamo casa alla Giudecca».
Come trascorrono le sue giornate veneziane? «Poto e curo il giardino di casa mia alla Giudecca. Lavorare il giardino mi ritempra, curo le piante, annaffio. Fuori dalla confusione con alcune abitudini da mantenere salde: vado a mangiare al bar “Palanca” con gli amici, oppure bere un bicchiere di buon vino da Schiavi a San Trovaso, d’estate, o nelle belle giornate, in bici al Lido».
Che idea si è fatto della città? «Venezia è una città che vive le stesse problematiche delle città turistiche: è soffocata da un turismo “mordi e fuggi” dalle masse. Ma questo è la stessa difficoltà che hanno tutte le città storiche e che trovo anche a Roma, dove vivo. Anche qui, nella Capitale, il centro è diventato invivibile: non si cammina più, sono sparite tutte le botteghe per i residenti, c’è spazio solo per negozi mono turistici».
Pur tra tante difficoltà giornaliere Venezia ha sempre un richiamo irresistibile. «Una città che incanta ogni giorno, che ti riannoda con il suo passato e coinvolge nell’intimo. È straordinaria».
Lei è uno scrittore di libri: questo mestiere dà ancora da vivere? «Se uno scrive best-seller sì. Se uno, invece, si dedica a un pubblico più di nicchia, come faccio io, questa passione/lavoro va integrata con qualcosa di altro. Nel mio caso l’insegnamento».
Quale sarà il suo prossimo libro? «Sto scrivendo un libro su Ernest Hemingway che dovrebbe completare un tassello ancora mancante: ovvero raccontare, in maniera completa, gli anni trascorsi in Italia dallo scrittore. Dovrò consegnare l’opera in giugno, poi uscirà prima in America e poi in Italia, ma nel 2017, non in quest’anno».
Da tempo, Di Robillant non collabora più con la stampa italiana. «Oramai tutti i miei articoli, ed anche libri, sono scritti in inglese, per riviste o case editrici americane. Poi, eventualmente, tradotti in italiano».
C’è un altro aspetto del suo “misterioso” e grande legame con Venezia: «Sono finito – conclude il noto giornalista – ad insegnare giornalismo e scrittura creativa, in un’università americana, nel cuore di Roma, dedicata guarda caso a Giovanni Caboto».
Un’ultima domanda: nei ragazzi e nei giovani di oggi, pensa che la tecnologia e internet abbiano ucciso anche la passione per lo scrivere delle giovani generazioni? «Non direi proprio, anzi. I corsi dedicati alla scrittura sono sempre affollatissimi e tra i più partecipati dagli studenti. Probabilmente, rispetto al passato, mancano un po’ le basi più solide. Ma c’è vivacità e voglia di imparare».
Scrivere è ancora il mestiere più bello del mondo: altrimenti, chi mai li avrebbe scoperti, i fratelli Zen?