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La stangata della guerra: fino a 1.415 euro in più l’anno per le famiglie

La stangata della guerra: fino a 1.415 euro in più l’anno per le famiglie

I calcoli del Codacons sulla base dell’inflazione. Che, intanto, erode anche il potere d’acquisto dei nostri conti correnti

Far fronte al costo della vita è sempre più difficile, per le famiglie italiane.
E se l’impatto sull’inflazione (tornata a settembre su livelli di 3 anni fa) e delle continue impennate dei costi energetici è sotto gli occhi di tutti, il Codacons ha adesso provato a quantificare concretamente quanto sarà aumentato il costo della vita nel 2026. Sempre fermo restando che le condizioni, in questi ultimi 3 mesi dell’anno, potrebbero cambiare. In meglio, ma anche in peggio…
I calcoli hanno tenuto conto in primis delle possibili diverse composizioni dei nuclei familiari, poi della condizione lavorativa del capofamiglia. Con risultati tutt’altro che trascurabili, viste le punte di 1.415 euro per le famiglie con 2 figli e 1.616 per quelle in cui la principale fonte di reddito è rappresentata da un’attività imprenditoriale o da libero professionista.

Quanto impatta la guerra sulle nostre tasche

Lo studio del Codacons si basa sul valore dell’inflazione acquisita dall’Istat nel 2026 e sull’ipotesi che i prezzi rimangano stabili fino a fine anno. Altra premessa della proiezione è quella che le famiglie, nello stesso periodo, non modifichino sensibilmente il proprio tenore di vita e le abitudini d’acquisto. Fattore peraltro assai delicato, quest’ultimo, perché strettamente legato in particolare alla capacità di far fronte agli aumenti.
La proiezione dell’aumento della spesa per consumi delle diverse tipologie familiari viene così calcolata applicando l’inflazione media acquisita ai livelli di spesa e alle abitudini di consumo.
Guardando dunque alla composizione del nucleo familiare, ne deriva una maggior spesa annua di 667 euro per un pensionato che vive da solo, 704 per un single under 35, 976 per una famiglia monogenitoriale, 1281 per una coppia con un figlio e 1.415 per una coppia con 2 figli.
Se si prende invece in considerazione la condizione lavorativa, l’aumento di spesa annuo legato all’inflazione è di 701 euro per un nucleo che fa riferimento a una persona disoccupata, 936 per la famiglia di un operaio, 1.259 per le famiglie di quadri e dirigenti e 1.616 per imprenditori e liberi professionisti. Pur costituendo un indicatore importante, per calcolare l’impatto dell’inflazione, in tutti i casi, il valore assoluto però va rapportato anche alla più ampia disponibilità economica.

Quando il conto corrente non ci protegge

La riflessione diventa ancor più seria se si allarga il ragionamento ai nostri risparmi. Perché, pur nella difficoltà, la propensione degli italiani a mettere soldi da parte non cala. Anzi, guardando ai dati di agosto, i depositi di soldi in banca sono arrivati a 1.869,6 miliardi, con un aumento di 29,8 rispetto a settembre 2025 e di oltre 70 miliardi nel confronto con il 2021. Il problema, in questo caso, è che i classici conti correnti non remunerano il capitale e non proteggono dall’inflazione.
Applicando l’indice Istat dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati, si calcola infatti che la perdita di potere d’acquisto accumulata dai soldi depositati sia stata del 5,4% nell’ultimo triennio, del 16,8% negli ultimi 5 anni, del 20,4% in 10 anni e del 30,7% in 20.
Per effetto dell’inflazione, cioè, dopo un ventennio i 100 mila euro versati all’inizio consentono di comprare beni per meno di 70 mila euro. E solo nell’ultimo anno sono stati “bruciati” così ben 74 miliardi.
Il tutto, va aggiunto, al netto dell’aumento delle spese medie di gestione del conto. Che, secondo Banca d’Italia, sono cresciute da 90,9 euro del 2020 a 101,1 del 2024 per i conti tradizionali e da 21,4 a 30,6 euro per i conti online. Inoltre, depositando i soldi non li si investono. E, in questo caso, si è perso, in 20 anni, un rendimento reale medio annuo, al netto dell’inflazione, del 4% per le azioni, del 2,6% per le obbligazioni e del 3,3% per un portafoglio bilanciato tra i due strumenti.

L’allarme-gas di Nomisma Energia

Anche se la propensione all’investimento, e al conseguente rischio, varia da persona a persona, esistono sul mercato strumenti che, per chi riesce a risparmiare, consentono di fronteggiare almeno in parte gli effetti dell’inflazione. Non solo obbligazioni (che offrono di nuovo rendimenti interessanti in seguito al rialzo dei tassi operato dalla Bce) e azioni, insomma, ma per esempio anche conti deposito vincolati e fondi d’investimento.
Ben più complicato è invece tutelarsi dai rincari energetici. E se il prezzo dei carburanti è quotidianamente al centro delle cronache, il presidente di Nomisma Energia, Davide Tabarelli, ha lanciato ora l’allarme anche sul fronte del gas. Tabarelli infatti non esclude il rischio che molti utenti vulnerabili (in Veneto, per esempio, parliamo di circa 220 mila famiglie su un totale di poco più di 1,8 milioni di utenze) si trovino nel prossimo inverno in condizioni di non poter pagare la bolletta.
Arera ha infatti già annunciato un aumento del 12,7% per gli utenti nel servizio di tutela tra agosto e settembre. Mossa che, secondo i calcoli dell’Unione Nazionale Consumatori, si tradurrà in un aumento della spesa annua di 201 euro, a cui va aggiunto quello di 869 euro della bolletta elettrica legato al +37,3% appena annunciato. Con anche, al di là del tema dei costi diretti, la spada di Damocle legata al flusso di forniture di metano dal Golfo Persico.

Alberto Minazzi

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