A Mestre, la prima edizione di STEM4Earth porta la ricerca dentro passerelle, marchi e tessuti: dai nuovi processi di tintura al riciclo, la sfida è capire come rendere più sostenibile ciò che indossiamo ogni giorno
Un paio di jeans, una scarpa, una borsa, una giacca. Oggetti normalissimi, quotidiani.
Dietro ai quali c’è però una filiera enorme: materie prime, acqua, energia, coloranti, trattamenti chimici, lavorazioni, trasporti, vendita e, alla fine, il problema di cosa farne quando non lo vogliamo più.
In Veneto tutto questo rappresenta una parte importante dell’economia.
Secondo i dati riportati da Confindustria Veneto SIAV, la filiera della moda conta 9500 aziende ( il 17,6% del manifatturiero regionale) dove lavorano circa 100 mila persone, e un fatturato manifatturiero intorno ai 18 miliardi di euro.
L’export supera i 9 miliardi, facendo della moda il secondo settore trainante dell’economia regionale dopo la meccanica.
È dentro questo scenario, tutt’altro che astratto, che arriva a Mestre STEM4Earth, il progetto promosso da Università Ca’ Foscari Venezia, Confindustria Veneto SIAV, M9 – Museo del ’900 e Mestre Mia, con il supporto del Gruppo Veritas e dell’Ordine dei Chimici e dei Fisici di Venezia.
La prima edizione, dal 7 al 21 ottobre 2026, è dedicata alla relazione tra scienza, innovazione e moda.
Quattro appuntamenti all’Auditorium M9 e una mostra temporanea proveranno a raccontare cosa sta succedendo dietro le quinte di uno dei comparti industriali più importanti del territorio.

Il futuro della moda non è solo cosa indosseremo, ma come verrà prodotto
Il back stage della moda contiene molta scienza.
Se un colorante può essere sostituito con una soluzione meno impattante, se una fibra può essere recuperata invece di finire a rifiuto, se una stampa può essere rimossa prima del riciclo, si cambia il destino di un prodotto che, prima o poi, passerà anche nelle mani di chi lo compra.
E’ la direzione verso la quale l’Europa spinge.
Il nuovo quadro europeo sull’ecodesign dei prodotti sostenibili punta, tra le altre cose, su durabilità, riparabilità, possibilità di smontaggio, riciclabilità e riduzione dell’impronta ambientale lungo il ciclo di vita.
La normativa introduce inoltre il Digital Product Passport, uno strumento destinato a rendere disponibili informazioni sul prodotto lungo la filiera.
La sostenibilità, insomma, sta diventando anche una questione di informazioni: sapere da dove arriva un prodotto, come è stato realizzato, quali materiali contiene e cosa sarà possibile farne alla fine.
Il Veneto che produce la moda di lusso
Il Veneto vive un paradosso: vi si concentra una parte rilevante della produzione di alta gamma del Made in Italy, ma il consumatore finale spesso incontra il prodotto finito molto lontano dal luogo in cui è stato realizzato.
Pelle, calzature, tessile, abbigliamento, accessori: sono numerose le imprese che lavorano anche per i grandi marchi internazionali.
Una filiera così articolata, però rende la sostenibilità una questione complicata, perché non basta cambiare un materiale, bisogna sapere cosa succede prima e dopo, quali sostanze vengono usate, quanta acqua serve, quanta energia, quali emissioni vengono prodotte, se gli scarti possono essere recuperati e se un nuovo processo può essere davvero utilizzato su scala industriale.
È questa la sfida che la ricerca di Ca’ Foscari sta affrontando con una serie di progetti europei.
BioSusTex: il problema comincia quando il vestito è già vecchio
Uno di questi è BioSusTex, progetto europeo da quasi 4 milioni di euro, iniziato nel 2024 e finanziato fino al 2028.
Il progetto si concentra soprattutto sui tessili cellulosici e su alcuni dei punti più difficili della filiera circolare.
Uno dei problemi è rappresentato dai tessuti misti post-consumo.
Quando un tessile contiene fibre diverse, elastan, coloranti e altre sostanze, recuperarlo può diventare molto più complicato.
BioSusTex lavora quindi su tecniche per rimuovere elastan, coloranti e impurità prima del riciclo, cercando contemporaneamente di evitare la formazione di prodotti di degradazione tossici. Il progetto studia inoltre un rivestimento idrorepellente bio-based privo di PFAS e formulazioni per stampe senza PVC e rimovibili.

E poi ci sono i jeans
GREENDIGO, invece, ha come “bersaglio” i jeans. Anzi: il processo con il quale viene ottenuto il loro caratteristico blu indaco.
Il progetto coordinato da Ca’ Foscari è partito il 1° aprile 2026, durerà fino al 2030 e dispone di quasi 3 milioni di euro di finanziamento europeo per sviluppare un’alternativa enzimatica e bio-based all’indaco di origine fossile.
L’obiettivo è quindi eliminare l’impiego dei tradizionali agenti riducenti utilizzati nel processo convenzionale e costruire un metodo che possa essere portato a scala industriale.
Fatto questo, sarà verificato se davvero questo nuovo processo sarà migliore in termini di sostenibilità: quanta acqua consuma? Quanta energia? Quali emissioni produce? Quali sostanze lascia? Può funzionare fuori dal laboratorio?
A chiarirlo saranno appositi test di ecotossicità e valutazioni di sostenibilità secondo il paradigma europeo Safe and Sustainable by Design.
IRIS: il colore non deve più essere sinonimo di chimica pesante
Se GREENDIGO parte dal jeans, IRIS allarga il campo.
Il progetto europeo, iniziato nel settembre 2026 e finanziato fino al 2030, punta a trasformare la colorazione dei tessili cellulosici attraverso alternative bio-based progettate secondo criteri di sicurezza e sostenibilità. Il budget complessivo supera gli 8,7 milioni di euro e Ca’ Foscari partecipa con un contributo europeo di circa 500 mila euro.
La ricerca comprende diverse strade: dall’indaco bio-based ai coloranti prodotti da microrganismi utilizzando CO₂, dall’incapsulamento di bio-pigmenti alla tintura enzimatica del denim senza agenti riducenti.
Si studiano anche sistemi di colorazione del Lyocell direttamente nella massa della fibra e tecniche di stampa serigrafica senza PVC, con possibilità di rimuovere la stampa quando il tessuto deve essere recuperato.
Tra i risultati attesi ci sono riduzioni di acqua, energia e potenziale di riscaldamento globale per chilogrammo di tessuto colorato, oltre al miglioramento della riciclabilità. Elementi che la scienza dovrà misurare.
Il futuro circolare della moda
La prima edizione di “Quando la Scienza incontra la Moda” porta a Mestre una discussione che normalmente rimane confinata tra laboratori, imprese e documenti europei.
Il programma mette insieme ricerca, innovazione digitale, recupero dei materiali ed ecodesign, con appuntamenti dedicati alla produzione sostenibile, alla rivoluzione digitale, al passaggio dal rifiuto alla risorsa e al futuro circolare della moda.
E c’è una ragione per cui può interessare anche chi non ha nulla a che fare con la moda.
Perché alla fine la domanda non riguarda soltanto come verrà prodotta la prossima collezione ma anche cosa succederà alla nostra maglietta quando non la useremo più, cosa contiene un determinato indumento, sapere se l’azienda che lo produce avrà strumenti per ridurne l’impatto ambientale e avere informazioni sufficienti per capire la differenza tra una promessa pubblicitaria e un dato misurabile.



