Tra inflazione, rincari energetici e risparmi che rendono poco, il reddito degli italiani vale meno di qualche anno fa. E gli aumenti in busta paga non sono bastati a recuperare tutto
Quanti soldi abbiamo realmente in tasca? Cioè, cosa concretamente possiamo comprare con le somme di cui disponiamo?
Domande che sorgono spontanee, in una fase storica in cui ci sentiamo, purtroppo giustamente, più poveri rispetto solo a pochi anni fa.
Ce ne rendiamo conto tutti i giorni di fronte a carrelli della spesa che riusciamo a riempire sempre meno a fronte dello stesso esborso.
Non basta più, insomma, sapere quanti euro entrano ogni mese nel nostro conto corrente. Il ragionamento va allargato, comprendendo potere d’acquisto reale, capacità di risparmio e peso del fisco.
Una variabile determinante restano gli stipendi, da considerare però nel rapporto con l’inflazione.
E quella cumulata tra il 2021 e il 2025 è stata di circa il 20%.
Il conto corrente bancario è invece ormai diventato quello che un tempo rappresentava il classico materasso. Il semplice deposito dei nostri soldi in un istituto si trasforma cioè inevitabilmente in una perdita.
E le mosse fiscali del Governo per provare a controbattere questa tendenza, che pure aiutano, arrivano a incidere solo fino a un certo punto, non rappresentando una soluzione sufficiente.
La perdita di valore d’acquisto del reddito degli italiani
Riguardo alla perdita di valore d’acquisto degli stipendi vanno fatte innanzitutto alcune precisazioni.
Il dato Istat del -8,6% si riferisce al confronto tra le retribuzioni reali contrattuali del 2025 e quelle del 2019. E vanno sottolineate anche le diversità tra settori: l’industria ha fatto segnare un –5,3%, la pubblica Amministrazione un -10,4%.
In linea con i dati Istat, anche il rapporto Ocse parla di una differenza del -8,8% tra i salari contrattuali reali italiani del 2025 rispetto a quelli del gennaio 2021. E questo nonostante il fatto che, per il secondo anno consecutivo, l’Istat abbia registrato nel 2025 un recupero reale: +3,1% delle retribuzioni rispetto all’1,7% fatto segnare dall’inflazione.
“Il paniere Istat – invita a considerare Massimo Da Re, professionista già presidente dell’Ordine dei commercialisti di Venezia – è però molto particolare e presenta una media. Se, allora, siamo soliti acquistare un prodotto particolarmente colpito dall’inflazione, è logico che la perdita di valore d’acquisto che dobbiamo affrontare sarà più marcata”.

Il risparmio e i conti correnti in perdita
Anche se, con sacrifici, riusciamo a risparmiare qualcosa, non possiamo però sentirci al sicuro.
“Bankitalia – riprende Da Re – parla di un -11% del potere d’acquisto dei soldi in conto corrente a causa dell’inflazione, ma non dice in quanto. Per di più, il concetto è relativo, visto che ognuno gestisce i soldi in maniera differente, provando a farlo al meglio”.
Il dato basato sulla sola inflazione cumulata, che porta a calcolare una perdita del -17% del potere d’acquisto tra il 2021 e il 2025, va insomma preso con le pinze. Di certo, tenendo i soldi fermi in banca, “evidentemente si perde, perché rimangono fissi, hanno sempre delle spese di gestione e l’interesse sui depositi è basso”, rimarca il commercialista.
Il tasso medio sui depositi è infatti sceso dal già basso 0,35% del 2023 allo 0,17% di dicembre 2025, non proteggendo dall’inflazione. “Ci deve essere – consiglia Da Re – capacità di gestire i risparmi, guardando per esempio a ottimi titoli di Stato che rendono in tempi non molto lunghi. Ma, soprattutto, bisogna affidarsi a seri professionisti per evitare brutte sorprese”.
L’impatto delle politiche fiscali
In questo contesto, il Governo è intervenuto con politiche fiscali di sostegno al reddito disponibile delle famiglie. Tra queste spicca l’accorpamento delle aliquote intermedie dell’Irpef.
Un vantaggio che, però, ha riguardato solo le fasce di reddito intermedie.

L’aliquota di chi guadagna da 28 mila a 50 mila euro annui è infatti scesa dal 35% al 33%.
“Per chi prende per esempio 25 mila euro – analizza il commercialista veneziano – non c’è stato alcuno “sconto” sulle tasse. Il massimo si raggiunge con chi ne guadagna 50 mila lordi: 440 euro l’anno. Che sono una cifra palpabile, che è meglio che ci sia, ma che comunque non è in grado di cambiare lo scenario”.
Si calcola che siano circa 13 milioni i contribuenti interessati dalla riduzione. E, allargando la prospettiva, l’Istat ha calcolato che le riforme fiscali messe in campo tra il 2021 e il 2026 abbiano più che compensato il drenaggio fiscale nello stesso periodo, con un beneficio medio stimato di 40 euro per contribuente.
Lo shock energetico
“Chi vive di un reddito fisso – inizia la sua analisi finale Massimo Da Re – vede a fatica aumentare il proprio stipendio per problemi di tipo contrattuale. E anche quando ciò avviene, si innesca un circolo vizioso che impatta sul costo dei beni finali, riducendo in termini reali il potenziale maggior potere d’acquisto”.
Il commercialista invita inoltre a riflettere anche sull’impatto che lo shock energetico ha avuto negli ultimi anni sulla nostra vita e sul potere d’acquisto. “Anche in questo caso – prosegue – non abbiamo dovuto fronteggiare solo un impatto diretto, visto che l’energia viene usata anche da chi produce beni, con conseguente impennate dei prezzi”.
Così, pur ovviamente vedendo con favore misure come la recente calmierazione del costo di benzina e diesel, Da Re invita a una riflessione più ampia: “Il momento di difficoltà ci deve spingere a chiederci dove stiamo andando. E, sul fronte delle energie, la risposta è semplice: serve progredire sempre più verso le rinnovabili”.
E questo, conclude, deve avvenire da due punti di vista: “Il primo è quello relativo alle strutture, come i pannelli solari, e ai livelli globali delle forniture. Il secondo riguarda il cosiddetto “energy storage”. Dobbiamo cioè imparare a tesaurizzare le risorse, a metterle cioè da parte per i momenti difficili. Perché, per esempio, col caldo dell’ultima estate, abbiamo consumato e speso di più. E anche questo ci ha resi più poveri”.
Alberto Minazzi



