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Pensione? Sì, ma non sarà uguale per tutti

Pensione? Sì, ma non sarà uguale per tutti

Il rendiconto CIV INPS dice che il sistema regge. Il vero problema è il lavoro che cambia: Nord ricco, Sud povero

Lo diciamo sempre, magari per scaramanzia: “I giovani la pensione non la vedranno mai”.
In realtà i numeri dicono che, almeno per ora, il sistema tiene.
Il Rendiconto del Consiglio di Indirizzo e Vigilanza (CIV) dell’INPS lo conferma: i conti sono in equilibrio e anche il 2026 si chiude con un avanzo.
Quindi niente panico? Non proprio.
Perché il problema non è se la pensione ci sarà, ma quanto sarà ricca e soprattutto dove.

L’Inps: “Il sistema regge”

Secondo il Rendiconto sociale 2025 e la Relazione di fine mandato del CIV, l’INPS chiuderà il 2026 con un avanzo di circa 9,1 miliardi di euro.
Oggi il sistema regge grazie a un equilibrio tra entrate contributive in crescita (*2,5%) e una spesa per prestazioni che aumenta in modo più contenuto (1,9%).
La spesa per pensioni aumenta, sì, ma in linea con l’inflazione e l’invecchiamento della popolazione.
Tuttavia, evidenzia lo stesso rapporto, questa stabilità poggia su fondamenta sempre più fragili: meno giovani, più anziani e un mercato del lavoro che crea occupazione ma spesso fatta di lavori poveri, precari e discontinui.
La questione non riguarda dunque tanto l’esistenza della pensione futura, quanto piuttosto il suo valore e le profonde differenze tra territori e condizioni lavorative.

pensione

Il vero nodo: la qualità del lavoro

Negli ultimi anni l’occupazione è aumentata, ma è cambiata la qualità del lavoro.
Sono cresciuti i  contratti a termine, i part-time involontari, i lavori autonomi poco stabili e collaborazioni discontinue.
Questo tipo di occupazioni genera contributi più bassi e di conseguenza costruisce pensioni future meno solide.
Il CIV lo dice chiaramente: non è la pensione a essere insostenibile, è il lavoro che non riesce più a sostenerla.
Le nuove generazioni, dunque, sembrano destinate ad avere assegni molto più leggeri rispetto a quelli dei loro genitori. A parità di sacrifici.
Soprattutto, evidenzia il rapporto, ci saranno grandi disparità tra le regioni del Paese.

Due Italie, due pensioni

L’Italia previdenziale si profila infatti spaccata.
Al Nord il lavoro attualmente risulta più stabile e le carriere sono più continue.
Al Sud e nelle Isole, invece c’è ancora molta precarietà e i percorsi contributivi risultano spesso interrotti.
Questa differenza, nel tempo, si riverserà inevitabilmente – si legge nel CIV- anche nell’importo delle pensioni, con scarti che possono diventare molto significativi tra chi ha lavorato in aree diverse del Paese.

La mappa delle pensioni future

E’ così che si viene a disegnare una mappa delle pensioni in cui il Nord risulterà sopra la media tra il +15% / +30%, il Centro in linea con valori che potranno oscillare tra il -5%  e il +10% e Sud e Isole decisamente sotto la media.
A parità di anni di lavoro, un giovane di Milano, secondo le stime, potrà aspettarsi una pensione fino al 30–40% più alta rispetto a uno di Napoli o Palermo.
Insomma: la differenza tra Nord e Sud potrebbe arrivare fino a 10.000–12.000 euro lordi annui di pensione.

A meno che…

In questo scenario, saranno fondamentali le riforme che i Governi metteranno in atto per rendere il sistema più adattabile ai cambiamenti del mondo del lavoro.
Tra le riforme possibili si evidenziano il rafforzamento della previdenza complementare, una revisione del sistema contributivo per le carriere discontinue, incentivi per favorire la stabilizzazione dei contratti, il contrasto al lavoro nero e all’evasione contributiva e politiche volte a contrastare il divario tra Nord, Centro e Sud.

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