La revisione di criteri introdotta con la nuova legge ridimensiona a 3.715 gli enti locali a cui è ora riconosciuta la “montanità”
Per settant’anni, la mappa della montagna italiana è rimasta praticamente immutata: paesi, baite, strade e vallate segnati da confini consolidati, come in una vecchia cartina appesa nelle scuole.
Ora, quelle linee sono state ridisegnate, cancellate o spostate. Alcune sono diventate più nette, altre sono scomparse.
È questa la metafora — e non solo — della revisione dei criteri per definire un Comune montano in Italia.
Con la legge nazionale sulla montagna n. 131 del 2025, il governo ha deciso infatti di aggiornare e rendere più scientifici parametri (come altitudine media, quote e pendenza) con cui si disegna la “geografia” ufficiale dei territori montani, superando norme che risalivano agli anni Cinquanta e Novanta e che, secondo il ministero, erano diventate inadeguate.
Apparentemente, può sembrare una decisione crudele. In realtà il ministro per gli Affari regionali e le autonomie, Roberto Calderoli, ha sottolineato che l’obiettivo che si è posto il Governo è quello di riconoscere e promuovere la “vera montagna” e di concentrare quindi le risorse — dagli incentivi per le giovani coppie alla sanità, al sostegno alle imprese — dove servono di più.
E così adesso, dopo la riclassificazione, i Comuni montani ufficiali del nostro Paese sono passati da 4.049 a 3.715.
Con un taglio, comunque, inferiore rispetto alla bozza di dicembre, secondo cui si doveva scendere attorno a quota 2.700.

I vantaggi di essere “Comune montano”
Essere un Comune montano, specie quando non si superano i 5 mila abitanti, è molto più di una semplice definizione.
La già citata recente nuova legge sulla montagna prevede infatti, per contrastare lo spopolamento, una serie di agevolazioni che vanno da sgravi sui contributi previdenziali fino al 100% e un tetto di 8 mila euro annui per chi applica lo smart working, ai crediti di imposta, sia per l’acquisto o l’affitto di abitazioni (con un’aliquota del 60%, che sale al 75% nelle zone con minoranze linguistiche), con ulteriori agevolazioni sui mutui prima casa accesi dalle giovani coppie, fino alle agevolazioni per il personale sanitario e scolastico che si trasferisce in una località montana. Ma sono previsti anche un “bonus natalità” (ovvero un contributo economico per 36 mesi a chi mette al mondo o adotta un figlio in un piccolo Comune montano) e una “flat tax”, al 15% (fino a 100 mila euro) per le nuove microimprese. E poi esenzioni Imu per i terreni agricoli, imposte di registro e ipotecarie fisse a 200 euro per il trasferimento di attività agricole in aeree montane e detrazioni fiscali potenziate (dal 36% al 50%) per la ristrutturazione di abitazioni e baite situate in montagna.

I Comuni montani d’Italia
La ridefinizione dei criteri è stata ritenuta necessaria per la riorganizzazione, uniformando i criteri su scala nazionale, del fondo dedicato, che può contare su risorse quantificate dal 2023 in complessivi circa 200 milioni di euro, di cui 40 per la sanità, 16 per la residenza delle giovani coppie, 18,5 per l’incentivo al telelavoro e 4 per l’agricoltura. Anche dopo le modifiche i Comuni montani italiani ricoprono comunque il 51% del territorio nazionale e vi risiedono 11,9 milioni di persone, pari a circa il 20% della popolazione totale, con la quasi totalità (il 96%) sotto i 10 mila abitanti e molto più della metà sotto i 2 mila.
Sono presenti in tutte le regioni, con una prevalenza al Nord (40% del totale contro il 25% del Centro e il 35% del Sud), a partire da Lombardia e Piemonte per consistenza numerica, mentre è pressoché totalitaria la percentuale sul totale dei Comuni del Trentino-Alto Adige.
Gli effetti della riforma
I nuovi e più rigorosi criteri introdotti dalla riforma prevedono, tra i requisiti necessari per ottenere il riconoscimento di “Comune montano”, un’altitudine superiore ai 600 metri per almeno il 25% del territorio, oppure in media superiore ai 350 metri, e una quota territoriale in pendenza pari almeno al 30% del totale.
Sono previste deroghe al criterio dell’altitudine sia per i “Comuni interclusi”, ovvero circondati da altri Comuni montani, per i quali l’altitudine media scende a 300 metri, sia per i Comuni confinanti con Stati esteri, dove bastano 200 metri, ma anche attribuendo alle Regioni la facoltà di non applicare strettamente i criteri per concedere l’accesso con proprie risorse al Fondo per lo sviluppo delle montagne italiane. A essere penalizzato, in ogni caso, è soprattutto l’Appennino, tant’è che le stime calcolano una declassificazione in queste zone di circa il 30% dei Comuni, con punte più elevate in Toscana ma impatto significativo, tra le altre regioni, anche in Puglia, Marche ed Emilia-Romagna. A perdere la qualifica sono stati comunque anche 32 Comuni del Friuli Venezia Giulia e 24 del Veneto (dove si è passati da 157 a 133).
Alberto Minazzi



