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Dialetto: tra la realtà delle statistiche e la rivoluzione social

Dialetto: tra la realtà delle statistiche e la rivoluzione social

Da un lato ci sono i numeri secchi: il dialetto in casa si parla sempre meno. Dall’altro c’è una nuova generazione che lo prende, lo usa e lo rilancia online

Negli ultimi quarant’anni l’Italia ha cambiato voce.
I dati più recenti dell’Istituto Nazionale di Statistica (Istat) raccontano una trasformazione radicale nelle abitudini linguistiche delle famiglie italiane: in casa il dialetto si usa sempre meno e impera l’italiano.
Se negli anni Ottanta parlava in dialetto il 32% della popolazione, oggi lo fa solo il 10%.
E 1 persona su 2 parla esclusivamente italiano, in tutti i contesti, relegando il dialetto a lingua dei nonni o delle sagre di paese.
Se però i numeri ufficiali scattano una fotografia che induce a pensare a un rischio di estinzione per i dialetti italiani, un fenomeno pare capovolgere lo scenario: sui social network, in particolare su TikTok e Instagram, il dialetto non scompare ma  si diffonde tra i giovani.
Insomma: quel dialetto che i genitori hanno negato, i figli stanno andando a riprenderselo nella grande piazza digitale che rappresentano le piattaforme, dove una frase come “vecio, se no xe pan, xe poenta”, in questo caso per i veneti,  può essere usata in un reel virale o per un meme.

Il dialetto che rinasce nei reel

Online, i contenuti in dialetto — dal veneto al barese, dal calabrese al siciliano — stanno facendo il boom di visualizzazioni, trasformando parole locali in battute, spiegazioni di modi di dire e persino in canzoni con milioni di follewers.
E i creator locali che mescolano dialetto e italiano per raccontare la loro quotidianità crescono.
Non è un fenomeno isolato. Nel Sud, le espressioni calabresi nelle clip gastronomiche o i modi di dire napoletani — “Nun te preoccupà!”, “Fratè”, “Comu si?” “uagliò”  — accompagnano storie di vita, scherzi tra amici e video che trasformano queste parole in parte dello slang generazionale. E spesso in un linguaggio ibrido, fatto di parole antiche e ritmo digitale che diventa quasi un brand personale.

Due storie della stessa Italia

La contraddizione è intrigante: laddove sembra che le lingue locali stiano sparendo, qualcosa di nuovo sta nascendo online.
Se un tempo il dialetto sopravviveva nei portoni delle case o nei cortili, oggi vive nei social. Dove gli idiomi locali vengono spiegati, ridicolizzati e persino insegnati a chi li trova divertenti o affascinanti. Ma dove non sono mai lezioni di storia ma storie con cui ci si identifica e si ride, anche al di fuori della regione di appartenenza.
I giovani creator non adottano il dialetto per conservare una lingua morta: lo usano perché riesce a creare comunità, ironia, empatia e senso di appartenenza in pochi secondi di contenuto.
La loro non è nostalgia: è reinvenzione.
Tra questi spiccano volti di creator veneti come Alice Guerra o Carlotta Berti, che con video in dialetto veneto raccontano battute, situazioni di vita reale, scorci di città e modi di dire difficilmente comprensibili.

carlotta berti
Da “Co digo, digo”, di Carlotta Berti

Non sono solo i veneti a farlo. Anche nel Sud la scena dei reel in dialetto è vivace: reel di trattorie calabresi o siciliane mostrano piatti tipici accompagnati da commenti in stretto dialetto, mentre giovani creators di Napoli usano espressioni come “Nun te preoccupà!”, “Comme stai?” o “Fratè” per raccontare storie, scherzi o semplici commenti di vita quotidiana.

Le roccaforti: Veneto e Mezzogiorno

Se in gran parte del Nord e del Centro il dialetto sembra avviato al pensionamento, due aree del Paese si ergono ancora come baluardi della parlata locale. Nel Mezzogiorno, regioni come Calabria, Sicilia e Campania vedono oltre 60 persone su 100 utilizzare il dialetto in famiglia, sia in forma esclusiva sia alternata all’italiano.
Nel contesto amicale, queste regioni si scambiano i primi posti, con la Campania spesso in testa.
Nel Nord-Est invece emerge il Veneto. Qui il legame con la parlata locale, o con quella che molti linguisti considerano una vera e propria lingua romanza distinta dall’italiano, resiste con forza: oltre la metà dei veneti utilizza la propria parlata. Secondo i dati Istat, circa sei persone su dieci in regione lo parlano con i familiari, e una buona percentuale lo usa anche con gli amici.

La particolarità del dialetto veneto

Il veneto non è solo un insieme di espressioni colorite da usare nei bar o tra amici: è una lingua con radici profonde e una personalità tutta sua. Non a caso i linguisti lo considerano una vera e propria lingua romanza autonoma, derivata direttamente dal latino come l’italiano, ma sviluppatasi con regole fonetiche e vocaboli propri.
Dalle varianti veneziane a quelle trevigiane, padovane, vicentine e veronesi, ogni sfumatura racconta un pezzo di storia, e il Veneto ha persino un codice linguistico internazionale (ISO 639‑3 “vec”), riconosciuto dagli esperti.
La sua vitalità non è una novità: fin dal Medioevo il veneto era lingua viva, non solo parlata in casa o nei mercati, ma anche scritta nei documenti ufficiali.
Oggi la si trova  nei reel virali, dove i giovani la usano per raccontare la loro quotidianità con ironia e autenticità.
E’ una lingua pop, capace di adattarsi ai tempi.

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