La specie aliena invasiva e voracissima è arrivata anche nelle acque del capoluogo veneto. Uno studio dell’Università di Padova e dell’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale evidenzia come la specie possa rappresentare un potenziale pericolo per l’ecosistema
E’ molto simile alle meduse ma di dimensioni ridotte, spesso trasparente e bioluminescente con riflessi blu verdi. Non rappresenta un pericolo per l’uomo ed è anche bella da vedere, tuttavia dietro al suo aspetto innocuo, si cela un vero e proprio pericolo per gli ecosistemi costieri e lagunari.
Lo ctenoforo Mnemiopsis leidyi, questo il nome scientifico della noce di mare, è infatti una specie aliena invasiva considerata dall’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura IUCN tra le cento più dannose al mondo. Basti pensare che la sua voracità assieme alla capacità di adattamento, autofecondazione e l’alto tasso di fecondità – è in grado di produrre fino a 14 mila uova al giorno – ha dato un colpo durissimo alla pesca con il suo insediamento in Mar Nero e nel Baltico.
La sua presenza non è nuova anche nel Mar Adriatico settentrionale, dove la noce di mare è stata avvistata per la prima volta nel Golfo di Trieste nell’ottobre 2005, e nelle lagune, in particolare quella di Venezia. A lanciare l’allarme riguardo l’impatto devastante che ha la specie sulla pesca è ora uno studio dell’Università di Padova e dell’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale che ha indagato sui motivi della sua presenza in queste acque e quali possano essere le conseguenze.

Un potenziale pericolo ecologico in Laguna, favorito dai cambiamenti climatici
Come spiega la dott.ssa Valentina Tirelli, coautrice dello studio e ricercatrice all’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale, i risultati dello studio suggeriscono che i cambiamenti climatici in atto potrebbero favorire condizioni ambientali sempre più idonee alla noce di mare, incrementandone la presenza in grandi aggregati e, di conseguenza, aumentando il rischio di significative ripercussioni sul funzionamento dell’intero sistema lagunare.
“Abbiamo adottato un approccio interdisciplinare e monitorato per due anni la distribuzione spaziale della specie con esperimenti controllati per definire le principali soglie ambientali di sopravvivenza – spiega il dott. Filippo Piccardi, primo autore dello studio e ricercatore dell’Università di Padova -. I risultati mostrano che Mnemiopsis leidyi segue un andamento stagionale con eventi di riproduzione massiva in tarda primavera e tra fine estate e inizio autunno, probabilmente legati a temperature più elevate e a condizioni ottimali di salinità”.
Specie estremamente adattabile e voracissima
Da quanto gli esperti hanno rilevato sia in situ che con esperimenti in laboratorio, risulta che la massiccia presenza della noce di mare nella Laguna è correlata alla temperatura e alla salinità dell’acqua. E’ emerso che Mnemiopsis leidyi è in grado di sopravvivere in un ampio intervallo di temperature da 10 a 32 gradi °C e salinità 10 – 34 °C, anche se le condizioni estreme come temperature molto elevate o bassa salinità ne hanno ridotto notevolmente la sopravvivenza. Originaria delle coste atlantiche americane, la noce di mare si è espansa oltre il suo areale nativo, trasportata dalle acque di zavorra delle navi, a partire dagli anni 80 per l’aumento del traffico marittimo e del commercio globale che l’hanno portata all’invasione dei mari europei e fino alla Laguna di Venezia. La specie si nutre voracemente di zooplancton e uova di pesci pelagici, riducendone fortemente la popolazione, minacciando così l’ecosistema e la pesca.

La Laguna di Venezia ospita un’importante biodiversità animale essendo utilizzata come area di nursery da molte specie ittiche locali, è frequentata da molti uccelli acquatici e caratterizzata da vari habitat costieri importanti come piane fangose e barene. Un insieme che ha un alto valore socio- economico per le attività locali di pesce e acquacoltura e che la noce di mare può seriamente mettere in pericolo. Ecco perché i risultati dello studio, pubblicato sulla rivista “Estuarine, Coastal and Shelf Scienc”e, mettono in luce la necessità di un monitoraggio mirato e di strategie di gestione per mitigare le possibili conseguenze ecologiche e socio-economiche dell’espansione di Mnemiopsis leidyi.
Elevata capacità riproduttiva
La noce di mare è ermafrodita, in grado di autofecondarsi, caratteristica che permette di colonizzare rapidamente nuovi ambienti. La fecondità più elevata di questo ctenoforo lobato è stata osservata nelle aree costiere dell’Alto Adriatico. La prima area invasa dove ci sono stati effetti devastanti è stata il mar nero, dove nel 1989 la biomassa di ctenofori era di 840 milioni di tonnellate. Favorito dal riscaldamento del mare, l’ecosistema ha subito un forte cambiamento di regime con il crollo dello stock di acciuga europea e conseguenti impatti negativi sulla pesca e le condizioni socio-economiche per le comunità locali. Studi successivi che comprendano il monitoraggio trofico e ambientale e altri parametri anche in relazione alla disponibilità di prede, saranno necessari per comprendere appieno le dinamiche della specie.
Silvia Bolognini



