Un progetto civico, una storia che unisce

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Il patron Luigi Brugnaro: «Guardo al futuro e vedo i nostri bambini in campo. La Reyer sono loro. Siamo riusciti a ridare fiducia a questa Città»

Raccontano che quando gli chiesero di occuparsi della squadra di basket della città, a quel tempo poco più che un cumulo di macerie, lui non rispose subito. “Lasciami pensare – disse al sindaco che glielo proponeva – perché se lo faccio, lo voglio fare bene”. Era l’inizio del 2006 e chi pensava che quel “voglio farlo bene”, fosse legato ai risultati sportivi, si sbagliava di grosso. Tutti guardavano al parquet. Lui pensava alla città. I risultati? Quelli sarebbero arrivati. L’albero – spiegano i vecchi – dà frutti buoni e li dà anno dopo anno solo se buona è la terra. Bisogna lavorare sulla terra.

Brugnaro? “Un visionario”, dicono di lui, “Uno che riesce a vedere quel che ancora non c’è”.

Lo incontriamo in un Taliercio vuoto, insolitamente silenzioso. Certo, questo palazzetto dal nome importante (è dedicato al direttore del Petrolchimico di Marghera ucciso dalle Brigate Rosse nel 1981) ha raccolto in questi ultimi 11 anni tante vittorie e sconfitte nel basket, ma è stato soprattutto il palcoscenico di un grande progetto civico, che nel tempo si è anche trasformato in un progetto sociale e culturale.

Cosa ha provato la prima volta che è entrato qui dentro?

«Siamo entrati qui e abbiamo trovato, francamente, il vuoto più totale, l’assenza di strutture, di tutto; però ho trovato il calore umano di tante persone, ho conosciuto molta gente e sono nate tante amicizie, e credo che questa sia la cosa più bella. Eravamo veramente carichi di entusiasmo. Volevamo costruire un pezzo di città, una Reyer che fosse simbolo di unione. Un progetto che unisse la città di acqua e quella di terra. Da allora abbiamo fatto un percorso lungo e di grande cuore».

La sera della festa per lo scudetto, piazza Ferretto si è trasformata in un tappeto orogranata. Migliaia di persone, e non erano solo tifosi. Quasi un rito collettivo, un orgoglio che non raccontava solo di sport, ma di molto altro.

«Il nostro progetto va oltre il basket. Su quella piazza a Mestre, prima in piazza San Marco a Venezia, lungo i canali e le strade del corteo, non c’erano solo tifosi ad urlare il proprio orgoglio. C’era una città. Molti di loro non sono nemmeno mai entrati qui dentro a vedere una partita. Ma urlavano il proprio orgoglio di cittadini. Di una città che da troppi anni non vinceva, nello sport come nella vita di tutti i giorni. Una grande città con enormi potenzialità ma rassegnata a perdere, senza entusiasmo, senza una prospettiva. Con questa vittoria siamo riusciti a ridare loro fiducia nel futuro, a far vedere che ce la possono e ce la possiamo fare, tutti insieme».

Basterà uno scudetto sulla maglia?

«La Reyer in dieci anni è rinata, passo dopo passo, mattone su mattone, con umiltà ed impegno. Perdendo, rialzandosi e vincendo, ma con un obiettivo chiaro. Questo è il valore dello sport, questo è il valore educativo che la Reyer cerca di diffondere, anche oltre lo sport stesso. Per i ragazzini questi giocatori, questo team, sono un esempio. E questo scudetto dimostra che possiamo essere tutti campioni, lavorando sodo, rispettandoci, restando uniti. È la dimostrazione che se ci mettiamo assieme possiamo fare cose grandi».

Che cosa è la Reyer oggi per Brugnaro?

«È il futuro che stiamo costruendo. Sono gli oltre 4600 ragazzi del settore giovanile, maschile e femminile, di 23 società sportive a noi legate; sono gli studenti delle scuole superiori che con impegno si mettono a giocare e a lavorare per la Reyer School Cup; sono i progetti che mettiamo in campo per i ragazzi che fanno sport e per le loro famiglie. Molti di loro non diventeranno grandi campioni di basket, ma sono convinto che grazie a Reyer potranno diventare tutti dei grandi cittadini. Sono loro il nostro futuro e a loro ho dedicato questo scudetto. La Reyer è una squadra con una grande storia che oggi ha vinto e meritatamente, ma a vincere è stata anche la città. Ed è di questo che andiamo orgogliosi».

Una città che oggi non ha un palasport all’altezza.

«Lo faremo. Su questo non c’è il minimo dubbio. Questa città se lo merita».

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